Con il termine Olocausto si intende il sacrificio in cui la vittima veniva interamente arsa. Come tale, fa parte del linguaggio del salmista, è una parola nota a tutti coloro che hanno qualche familiarità con la Bibbia. In questo caso Olocausto significa il sacrificio degli ebrei e soprattutto gli orrori e le brutalità che hanno dovuto sopportare durante la seconda guerra mondiale. Se l'Olocausto non esistesse sarebbe un romanzo dell'orrore anche se non fosse pubblicato perché gravido di eccessi e di crudeltà poco verosimili. L'Olocausto fa parte del nostro passato e rappresenta uno dei momenti più tragici del cammino millenario dell'Occidente. Sappiamo che dodici milioni di vittime sono state sterminate nei campi nazisti anche se queste voci sono state considerate false dai nazisti stessi, che volevano cacciare via dall'Europa i popoli che detestavano; possediamo diari, memorie, raccolte di testimonianze, elaborazioni dell'esperienza vissuta: materiali preziosi per lo storico ma anche per chi scelga di avvicinarsi all'argomento attraverso la narrazione di storie individuali, cioè tramite un tipo di racconto che spesso non è "letteratura", ma che a volte ne sfiora i confini o li attraversa con decisione, e ha contribuito a incriminare i nazisti dopo la guerra.  |
"Raccontai ai miei compagni che la vita umana ha sempre, in tutte le circostanze, un significato, e che questo infinito senso dell'essere comprende anche sofferenze, morte, miseria e malattie mortali. Dissi loro che in queste ore difficili qualcuno guardava dall'alto, con sguardo d'incoraggiamento, ciascuno di noi, e specialmente coloro che vivevano le loro ultime ore; un amico o una donna, un vivo o un morto, oppure Dio. E questo qualcuno s'attendeva di non essere deluso, che sapessimo soffrire e morire non da poveracci ma con orgoglio!". Questa toccante testimonianza è di Viktor Frankl, il neuro-psichiatra israelita, fondatore della celebre scuola di logoterapia di Vienna che ha per oggetto e pretesa quello di "riunire i fragili fili di una vita spezzata in un concreto modello di significato e responsabilità". In "Uno psicologo nei Lager" Frankl studia le "molte piccole sofferenze" del campo di concentramento, o meglio "come si ' rispecchiata la vita quotidiana nell'anima del prigioniero medio". A Frankl preme analizzare un "comune campione di umanità", efficacemente descritto in "Se questo è un uomo": "Sono stati proprio i disagi, le percosse, il freddo, la sete che ci hanno tenuti a galla sul vuoto di una disperazione senza fondo, durante il viaggio e dopo.....pochi sono gli uomini capaci di questo, e noi non eravamo che un comune campione di umanità" Le reazioni spirituali dei deportati si possono suddividere in tre grandi fasi: la prima consiste nello choc dell'accettazione, che comprende quello della deportazione e della fase di avvicinamento al campo; la seconda si manifesta in una sorta di relativa apatia verso il dolore e riguarda il periodo di soggiorno nel Lager; l'ultima si riferisce alle reazioni psichiche successive alla liberazione. Frankl riassume il culmine del proprio choc iniziale raccontando di come chiese a uno dei detenuti anziani, che raccoglievano gli averi dei nuovi arrivati per conto delle SS, di conservare un manoscritto che teneva arrotolato in tasca, il lavoro scientifico di tutta una vita: "e lui comincia a ghignare, dapprima compassionevolmente, poi ironico, sfottente, sarcastico.....Giungo al punto finale di questa prima fase di reazioni psicologiche: cancello con un sol tratto la vita trascorsa finora!". Eppure, la maggior parte di noi, ebbe una reazione inattesa: affiorò l'umorismo macabro della disperazione. Non avevamo nulla da perdere, tranne questa vita, così ridicolmente nuda. Sopravvenne poi la curiosità: la curiosità che attende di sapere come andrà a finire, come se la propria stessa sorte non gli appartenesse, non fosse niente di più e niente di meno di una manciata di pula nel vento. "Nei giorni seguenti" continua Frankl "la curiosità cedette alla sorpresa". Malgrado il gelo nessuno si raffreddava, si resisteva dei giorni senza dormire a dispetto dell'assoluta carenza di vitamine e dell'impossibilità di lavarsi i denti, le gengive restavano sane, le ferite alle mani "sempre sporche per i lavori di sterro" non si infettavano che di raro. Sintetizzando in una sola frase: "l'insopportabile, sia fisicamente che psichicamente, veniva sopportato" .  |
Poi il prigioniero gradualmente cominciava a morire "dentro": cioè a scivolare nello stadio della relativa apatia. Per sopravvivere è costretto, più o meno coscientemente, a uccidere dentro di sé i sentimenti e le emozioni. La vista delle torture inflitte ai compagni non fa più soffrire e ogni rimasuglio di senso estetico viene rimosso. Si cammina nella melma, si dorme in nove in un giaciglio di legno. L'insensibilità è una corazza necessaria nella quale l'animo del prigioniero si rifugia ben presto. Uno dei comandamenti più importanti dell'autodifesa è non farsi mai notare per nessun motivo, non attirare su di sè l'attenzione delle SS con qualsiasi gesto minimo, appariscente. Ma il tormento forse più profondo per l'animo del deportato è la sensazione di non avere futuro. La lotta era quella tra il recupero del senso della propria esistenza individuale e la perdita della speranza che aveva per conseguenza diretta il rapido sopraggiungere della morte. E' questo senso dell'eternità o dell'individualità che rende straordinario il libro di Frankl: dovunque la lotta corpo a corpo del dolore per riscattarlo comprendendone il senso. Alla fine, viene la terza fase della vita del campo, quella che segue al rilascio, cioè il ritorno alla libertà. L'uomo reso a lungo schiavo deve riappropriarsi della libertà d'azione che gli era a lungo stata negata: "avevamo letteralmente dimenticato la gioia e dovevamo prima riimpararla". E riimparare a vivere, forse, è soprattutto ricominciare a raccontare, saper riscoprire quel naturale senso consolatorio che si cela in ogni storia che è inevitabilmente incompiuta per chi la vive. Quando qualche ex-internato riceve l'invito di un gentile contadino nei dintorni del Lager comincia a mangiare, bere caffè e il caffè gli scioglie la lingua e alla fine comincia a parlare per ore. Il regime nazista è finito da tempo ma la sua venefica eredità è tutt'altro che morta. La nostra perdurante incapacità di riconoscere il significato dell'Olocausto, di scoprire il "bluff" dell'inganno omicida, la nostra disponibilità ad assecondare il gioco della storia con i dati truccati da una ragione che si scuote di dosso le pretese della morale come irrilevante o inutile dimostrando la corruzione che l'Olocausto ha portato alla luce, ma che ha scarsamente contribuito a screditare. IL POPOLO DEL LIBRO Fin dall'avvio della cosiddetta "soluzione finale", i nazisti cercarono di dare il possibile per cancellarne ogni prova, le fosse comuni vennero nuovamente aperte per bruciare i cadaveri dei "non ariani", ossia gli ebrei. Inoltre tutti gli archivi dei Lager, vennero bruciati negli ultimi giorni di guerra perché potevano essere considerati prove contro di loro. I nazisti si preoccuparono anche che nessun testimone sopravvivesse, sia ebreo, sia ariano. Alcuni, intimoriti dalla morte, fingevano di non sapere, mentre, la maggior parte, aveva scelto di tacere per viltà o per semplice indifferenza. I pochi fortunati sopravvissuti che tornarono a casa raccontarono le crudeltà subite nei Lager. Negli anni sessanta nacque un movimento di reinterpretazione della vicenda nazista (revisionismo) che ha costretto a considerare la storia non come il passato di una nazione o di un popolo, ma come l'idea che di volta in volta gli "specialisti" (o coloro che si autodefiniscono tali) danno di essa. Questo movimento è nato in Germania e negli Stati Uniti; in Germania, infatti, i libri che negano l'Olocausto sono molto numerosi e hanno notevole successo anche se si tratta quasi sempre di volgari libelli firmati da teorici di estrema destra come Staglich. Gli storici revisionisti più "autorevoli" e più famosi sono quelli francesi e si potrebbe affermare che questa corrente storiografica abbia preso le mosse proprio dalla Francia. In ogni caso, di qualunque nazionalità siano, in qualunque modo cerchino di avvalorare le proprie ipotesi, i revisionisti hanno in comune alcuni punti fondamentali: 1) Il genocidio degli ebrei non c'è mai stato, le camere a gas non sono mai esistite e quella che i nazisti chiamano "soluzione finale" era semplicemente l'espulsione degli ebrei dalla Germania o da altri Paesi da essa occupati. L'Olocausto inoltre è un'invenzione della propaganda alleata. 2) Gli ebrei vittime della guerra (non del fascismo) furono in realtà pochissimi e naturalmente tra essi ci sono quelli uccisi dall'aviazione alleata per poi non parlare di morte naturale. 3) La responsabilità della seconda guerra mondiale è solo marginalmente tedesca, buona parte della colpa è degli ebrei che volevano conquistare il mondo insieme alla Russia di Stalin. 4) Ogni testimonianza diretta fornita dagli ebrei è falsa ed inoltre sono solo "sentito dire" e tutti i documenti dell'Olocausto sono falsi o sospetti. Il passato, dunque, non è più qualcosa da definire e interpretare ma si trasforma piuttosto in una mossa malleabile da modellare a piacimento; non per caso si fa sempre più preciso e diretto il rapporto tra i revisionisti e le bande xenofobe e antisemite che ormai in tutti i Paesi compiono azioni di violenza e di disgusto contro gli stranieri. I giovani neonazisti (più comunemente definiti naziskin), sono oggi diventati il nucleo di un nuovo movimento politico internazionale dai contorni non sempre precisi minacciosamente deciso a "non ricordare" e intento a costruire un "passato virtuale" che assolva i carnefici e inchiodi le vittime.  |
Ha scritto Primo Levi: "Se il mondo potesse essere convinto che Auschwitz non è esistito, costruirne un secondo sarebbe più facile e nulla assicura che divorerebbe solo ebrei". Perché tutto ciò non accada è importante continuare a testimoniare, a raccontare con la medesima fede nella parola che il Popolo del Libro si è conquistata con una fedeltà millenaria alla lettura costantemente rimediata della Torah attraverso generazioni di sapienti. |