Le linee dei topi
Premessa
La storia che qui viene raccontata è quella delle reti di fuga dei criminali di guerra nazisti e ustascia nell'immediato dopoguerra. Questi loschi individui furono in ogni momento appoggiati dal Vaticano, nella persona di papa Pio XII e del sottosegretario Montini (che divenne in seguito papa Paolo VI), con la connivenza dei servizi segreti occidentali. Questi ultimi cercarono di utilizzarli come terroristi, nel tentativo di abbattere i regimi comunisti. Due reti distinte (ma pur sempre collegate) erano state approntate: una per i tedeschi, diretta dal vescovo Hudal, ed una per i croati, diretta da padre Draganovic.
Personaggi come il truce dittatore Ante Pavelic, che era stato messo da Hitler a capo dello stato fantoccio della Croazia Indipendente, sfuggirono ai tribunali che dovevano punirli per i loro sanguinosi delitti, attraverso la rete dei conventi e degli istituti religiosi che era stata predisposta all'uopo. Questi assassini furono poi riutilizzati nel tentativo di far cadere la Jugoslavia di Tito, formando un una banda di terroristi denotati "krizari" (crociati). Alla fine sono quasi tutti riusciti a rifugiarsi oltreoceano, in America Latina, in Australia e in Nord America.
Quelli che seguono sono degli appunti tratti dalla prima parte del libro Ratlines, scritto dai giornalisti Mark Aarons e John Loftus, australiano il primo e americano il secondo. Le parti ``tra virgolette'' riproducono citazioni testuali dal libro. Tra parentesi, dopo ogni affermazione, è riportato il numero della pagina da cui l'affermazione è stata tratta. Talvolta sono state utilizzate fonti diverse, che sono sempre indicate.
Per elaborare questo testo sono state utilizzate le fonti seguenti:
1. Ratlines di Mark Aarons e John Loftus edizione inglese: 1991 edizione italiana: Newton Compton, 1993.
2. Il Secolo Corto. La Filosofia del Bombardamento. La Storia da Riscrivere. di Filippo Gaja Maquis editore, 1994.
3. Die Politik der Päpste im 20. Jahrhundert (La Politica dei papi nel XX secolo) di Karlheinz Deschner Rowohlt, 1991
4. Storia illustrata, supplemento al n.186, intitolato "La caccia ai criminali nazisti", 1973
l titolo torna su
Letteralmente, una ratline è la scala di corda che arriva fino in cima all'albero della nave e rappresenta l'ultimo luogo sicuro quando l'imbarcazione affonda. Pertanto ratline è diventato il termine generico con cui i servizi segreti identificano le reti o le organizzazioni istituite allo scopo di far fuggire qualcuno''
Note sull'olocausto torna su
1. Il campo di Treblinka, comandato da Franz Stangl
``Al loro arrivo a Treblinka, gli uomini, le donne e i bambini, stipati nei loro carri merci chiusi, trovavano ad attenderli una normale stazione ferroviaria, graziosamente decorata con cassette di fiori. A distanza, si scorgevano alcune baracche dall'aria innocua. Franz Stangl ci teneva all'ordine. Ai passeggeri veniva detto di scendere dai carri per riposare e per farsi una doccia. Mentre si svestivano, veniva detto loro di mettere al sicuro i loro oggetti di valore in cassette numerate, di modo che, dopo la doccia, avrebbero potuto ritrovarli facilmente. Tutto si svolgeva in maniera così rapida, organizzata, letale.
Le docce erano, in realtà, camere a gas dove 900.000 persone, per la maggior parte ebrei, furono uccise immediatamente al loro arrivo. A differenza di Auschwitz, lì non si svolgeva alcun lavoro. Treblinka esisteva solo per uno scopo: lo sterminio''
2. La Croazia Indipendente di Ante Pavelic
La dittatura croata si macchiò di gravi crimini, ``tra cui gli orribili massacri di serbi, ebrei e zingari nel corso dei quattro anni [in cui stette in piedi il regime]: mezzo milione di civili innocenti trucidati per ordine personale [di Pavelic]. Molti erano stati giustiziati con metodi da pieno Medioevo: erano stati cavati loro gli occhi, recise le membra, strappati gli intestini e gli altri organi interni dai corpi ancora vivi. Alcune persone furono massacrate come bestie: venne tagliata loro la gola da un orecchio all'altro con coltelli speciali. Altre morirono in seguito a colpi di maglio sulla testa. In numero ancora maggiore furono semplicemente bruciate vive'' ``Durante i primi mesi del regime di Pavelic furono massacrate circa 150.000 persone di fede serbo-ortodossa. In molti casi -è un fatto documentato- fu offerta loro la salvezza se avessero rinunciato alla loro fede per divenire cattolici''. ``Le conversioni forzate [venivano celebrate] da preti cattolici sotto l'attento controllo di unità di polizia ustascia armate fino ai denti. Su tali cerimonie incombeva la minaccia di morte, poiché i contadini serbi erano perfettamente a conoscenza dei massacri condotti da quelle stesse unità nelle zone limitrofe''. A dirigere le conversioni forzate era padre Draganovic .
3. Le posizioni del Vaticano e dell'Occidente durante la guerra
"Nell'aprile del 1943 [...] il Foreign Office e il Dipartimento di Stato temevano entrambi che il Terzo Reich fosse disposto a fermare le camere a gas, a svuotare i campi di concentramento e a lasciare che centinaia di migliaia (se non milioni) di superstiti ebrei emigrassero in Occidente'' Anche il papa, sebbene ne fosse a conoscenza, tacque sull'olocausto: ``Il terribile silenzio da parte del Vaticano nei confronti degli ebrei si accordò completamente con la politica occidentale''.
Tuttavia, a fronte dell'indifferenza degli anglo-americani, per lo meno (magra consolazione) ``il papa tacque in pubblico, ma in segreto aiutò alcuni ebrei''. Fu tramite il Vaticano, inoltre, che nel 1944 le SS cercarono di ``stabilire contatti [...] con le potenze occidentali'' per convincerle a ``troncare i rapporti con Stalin e a unirsi alla Germania nella lotta contro i bolscevichi''.
``Durante la guerra il Vaticano non si era pronunciato pubblicamente riguardo alle atrocità compiute dai sovietici e dai tedeschi'' (qui Aarons e Loftus mettono Hitler e Stalin sullo stesso piano, cosa molto discutibile, dato che Hitler uccise 11 milioni di civili innocenti, metà dei quali erano ebrei). Ma nel 1945, a guerra perduta per i nazisti, papa Pio XII ``capovolse la sua politica e decise che era giunto il momento di levare la voce della Chiesa contro i crimini commessi da Stalin'', mentre continuò a tacere quelli commessi da Hitler, approvandoli tacitamente.
Per ulteriori note sull'olocausto, leggere il numero di Storia Illustrata citato in bibliografia.
Geopolitica vaticana torna su
L'interesse secolare della Chiesa è sempre stato quello dell'evangelizzazione, ossia della trasformazione in cattolici di quanti più uomini sia possibile, e la contrapposizione a tutte le altre filosofie o religioni. In questo modo il Vaticano si assicura un vero e proprio controllo politico su territori e nazioni.
Il papato ha dunque una sua politica estera che è ben definita, anche se per molti non percettibile: ``Pensano in termini di secoli e fanno piani per l'eternità; questo rende la loro politica inevitabilmente imperscrutabile, disorientante e, in certe occasioni, riprovevole per le menti pratiche e condizionate dal tempo'' (lettera dell'ambasciatore inglese Sir D'Arcy Osborne, marzo 1947, riportata nell'epigrafe). ``Era desiderio del Vaticano aiutare chiunque a prescindere dalla sua nazionalità o dalle sue opinioni politiche, fintantoché quella persona possa dimostrare di essere cattolica.
Il Vaticano giustifica inoltre la sua partecipazione col desiderio di introdursi non soltanto nei paesi europei, ma anche in quelli latino-americani, attraverso persone di qualsiasi convinzione politica, purché anticomuniste e favorevoli alla Chiesa Cattolica''.
L'obiettivo del papa per l'Europa era molto semplice: ``la creazione di un grande Stato federale danubiano'' che raggruppasse le nazioni cattoliche d'Europa centrale, insomma in un certo senso un ritorno ai bei tempi del potere temporale della Chiesa; la creazione di una nazione sulla quale il pontificato possa esercitare la sua autorità. In questo quadro, è fondamentale la posizione della Croazia: ``La Santa Sede considerava la Croazia come la frontiera della cristianità; tra la Croazia e il papa esisteva un rapporto particolare che risaliva al 700 d.C.''.
``La Croazia è una delle nazioni più benvolute dalla Chiesa, un baluardo cattolico contro gli scismatici ortodossi''. ``Nell'isterismo che caratterizzò i primi anni della guerra fredda, il Vaticano considerava la Croazia come la propria roccaforte nei Balcani''. Per raggiungere i suoi scopi, il papa optò per lo spionaggio e sul reclutamento di ex-nazisti per combattere i comunisti, cioè coloro che gli contendevano i territori dell'Unione Danubiana.
Il Vaticano cercò anche di riutilizzare l'organizzazione clandestina costituita durante la guerra dai disertori dell'esercito russo in Germania ed in Austria: Estoni, Lituani, Cechi e altri cittadini di cultura prevalentemente cattolica. ``Per essere ammesso, ogni membro doveva prestare giuramento di fedeltà alla Chiesa, impegnandosi a a metterne gli interessi al di sopra persino della propria nazione di appartenenza''.
Intermarium torna su
ntermarium era una ``rete ben organizzata di emigrati politici nazisti dell'Europa centrale e orientale, la quale riceveva segretamente sostegno da parte di una piccola ma potente congrega di cui faceva parte lo stesso Pio XII''. Le radici di quest'organizzazione anticomunista risalivano ``agli anni Venti, [...] sorta a partire da un cosiddetto gruppo di esuli russi bianchi che fuggirono a Parigi in seguito alla presa del potere da parte dei bolscevichi''.
``L'Intermarium proclamava la necessità di una potente Confederazione Anticomunista Pandanubiana, composta per la maggior parte dalle nazioni cattoliche dell'Europa centrale. Prima della guerra, essa aveva ricevuto grandi aiuti dai servizi segreti francesi e inglesi per operazioni anticomuniste. [Nella fase prebellica] lo scopo dell'Intermarium era quello di creare un cordon sanitaire sia contro i russi sia contro i tedeschi''.
Durante la guerra era stata uno ``strumento nelle mani dei servizi segreti tedeschi: [...] nel 1939 la maggior parte dei capi dell'Intermarium aveva unito le proprie sorti a quelle di Hitler. Dopo la guerra, riuscirono a non farsi punire aiutando gli inglesi contro i sovietici''.
``Il Vaticano aveva appoggiato [le operazioni relative all'organizzazione di movimenti clandestini contro i russi] lavorando ufficiosamente con i francesi e con gli inglesi affinché dopo la seconda guerra mondiale l'Intermarium tornasse in attività''. ``La grande maggioranza dei capi dell'Intermarium era composta da ex-capi fascisti che lavoravano per i servizi segreti inglesi o francesi''.
``Per iniziativa di Rohracher, [arcivescovo di Salisburgo,] il vescovo di Klagenfurt indisse un incontro per discutere l'opportunità di riunire, in questa Confederazione [Pandanubiana] le nazioni cattoliche dell'Europa centrale. Oltre a Rohracher e al vescovo di Klagenfurt, parteciparono all'incontro anche i vescovi Gregory Rozman di Lubiana e Ivan Saric di Sarajevo. Questi ultimi due prelati erano stati collaboratori entusiasti dei nazisti''. Il presidente di Intermarium era lo sloveno Miha Krek.. Il principale organizzatore era l'ungherese Ferenc Vajta. Secondo quest'ultimo, occorreva ``una Confederazione Danubiana in cui venisse riconosciuta la libertà di tutti i popoli attraverso una democrazia sana e tradizionale. [Secondo lui era] giunto il momento di creare la grande unità europea e una Confederazione Pandanubiana composta da popoli aventi la stessa cultura e le stesse tradizioni''. ``Sotto la direzione francese, Vajta formò dei centri spionistici ad Innsbruck, Friburgo e Parigi.
Gli emigrati politici viaggiavano coi documenti dell'Etat Majeur, così da poter andare in giro in tutta sicurezza e costituire una sofisticata rete di spionaggio''. Erano coinvolti anche i gesuiti, ``come agenti chiave del Vaticano, coinvolti in un programma di penetrazione all'interno di zone occupate dai comunisti''. ``Molti personaggi di spicco dell'Intermarium guidavano i corpi d'emigrazione patrocinati dal Vaticano:'' il vescovo Hudal, padre Draganovic, monsignor Preseren, il vescovo Bucko, e padre Gallov.
Il CIC, servizio segreto americano, indagando trovò ``tracce di questa confederazione pandanubiana nella rinascita postbellica del movimento ustascia.
Formatosi alla fine degli anni Venti, questo gruppo fascista aveva condotto, negli anni Trenta, una campagna terroristica a livello internazionale. Poi, durante la guerra, fu messo al potere in Croazia dai nazisti e procedette allo sterminio di centinaia di migliaia di civili innocenti.
Il 25 giugno, soltanto sette settimane dopo la conclusione della guerra, gli ustascia si erano messi in contatto con la missione papale a Salisburgo, nella zona dell'Austria controllata dagli Stati Uniti. Chiedevano l'assistenza del papa per creare un altro Stato croato indipendente, o almeno un'unione adriatico-danubiana in cui la Croazia, secondo le leggi di natura, avrebbe potuto avere la possibilità di svilupparsi''.
Intermarium sfociò, fra le altre cose, nel movimento dei krizari, ossia un'organizzazione di terroristi croati, reclutati nelle file degli ex-ustascia, al fine di destabilizzare la Federazione di Jugoslavia. In Italia, il referente politico era la Democrazia Cristiana.
Strategia americana torna su
Secondo Ferenc Vajta, dopo la guerra i servizi segreti americani avrebbero assoldato ``soltanto ebrei: sovietofili e idioti'', credendo i "profughi" dei paesi cattolici dell'Europa centrale essere ``tutti nazisti, tutti collaboratori, traditori e gente con cui non si poteva lavorare''.
Questo era il motivo per cui i migliori esperti dell'Intermarium si misero a disposizione dei servizi francesi ed inglesi, i quali a differenza degli americani li accolsero ``a braccia aperte''. La conseguenza per gli USA fu la perdita del controllo delle attività spionistiche in Austria e Germania.
Nel 1947, Vajta tentò di ottenere l'inversione di questa politica americana, cercando di convincere l'agente del CIC Gowen: ``ne abbiamo abbastanza dei piccoli intrighi inglesi e francesi. Ora, finalmente, è giunto il momento di riorganizzare l'Europa orientale in modo che la pace sia fruttuosa. [...] Gli inglesi e i francesi non ci possono più aiutare economicamente, ma gli Stati Uniti possono farlo''. Alcuni agenti americani stavano già collaborando con gli inglesi al piano per rovesciare il governo comunista di Belgrado avvalendosi dei seguaci di Pavelic, ma questo avveniva senza autorizzazione da parte dei comandi a Washington.
``Nei primi giorni di luglio 1947, invece, Gowen cominciò a sostenere energicamente che i servizi segreti americani avrebbero dovuto assumere il controllo dell'Intermarium; non molto tempo dopo, il funzionario del CIC smise di dare la caccia ai nazisti, ed incominciò piuttosto ad ingaggiarli''. In particolare, gli americani rinunciarono a portare a compimento l'arresto di Ante Pavelic, marcando così la conclusione della loro alleanza con Vajta.
Nel settembre 1947, gli Stati Uniti aiutarono Vajta a fuggire dall'Italia verso la Spagna, e gli promisero ``che, se l'ungherese fosse riuscito ad organizzare un nuovo movimento, avrebbe avuto a disposizione i fondi statunitensi''.
L'Unione Continentale torna su
Nell'autunno 1947 ``Vajta decise di fondare un nuovo gruppo anticomunista, che battezzò Unione Continentale. Il suo scopo era quello di togliere all'Intermarium, controllato dagli inglesi, i capi degli immigrati politici, per attirarli nell'orbita di Washington''.
Vajta e Gowen ``ricevettero anche l'aiuto di un alto sacerdote cattolico ungherese, monsignor Zoltán Nyísztor. [...] Ciò consentì loro di procurarsi il sostegno del nunzio papale a Madrid, che giunse in loro aiuto con una lettera dai toni accesi di quattro pagine, indirizzata al ministro degli esteri [spagnolo] Artajo, avvertendo che l'Intermarium aveva subito delle infiltrazioni da parte della massoneria francese e inglese. In seguito all'intervento diplomatico del Vaticano, Artajo ordinò ai suoi funzionari di aiutare Vajta e la sua Unione Continentale''.
Insieme al suo ``vecchio amico'' Marjan Szumlakowski, Vajta intavolò ``dei negoziati con alti funzionari del governo del generale Franco, il cui risultato fu l'istituzione di un nuovo centro di emigrati politici a Madrid''. Gli uomini dell'Unione Continentale avevano ``libero ingresso in Spagna [...] in cambio di informazioni segrete sulle operazioni sovietiche''. Erano stati stabiliti contatti con l'arcivescovo di Toledo.
Era inoltre coinvolto anche Joaquin Ruiz-Giménez, il quale poco dopo ``venne nominato ambasciatore del generale Franco presso la Santa Sede''. L'istituto culturale spagnolo diretto da Giménez costituiva la copertura ai finanziamenti governativi spagnoli. L'Unione Continentale morì nel 1948, quando Vajta fu arrestato negli Stati Uniti.
La rete di fuga dei criminali torna su
di guerra tedeschi
I conventi, gli istituti religiosi e le organizzazioni caritatevoli costituivano nel 1945 la rete attraverso la quale i nazisti poterono sfuggire ai tribunali: ``Alcuni dei criminali di guerra più ricercati passarono da Rauff, a Milano, al vescovo Hudal nel Pontificio Collegio di Santa Maria dell'Anima a Roma, per finire poi dall'arcivescovo Siri a Genova. Qui s'imbarcarono su delle navi e salparono verso una nuova vita in Sudamerica''.
La rete era stata predisposta con un certo anticipo: Hudal incontrò Walter Rauff, assassino di circa 100.000 persone uccise nei furgoni a gas mobili, fin dalla primavera del 1943. In quell'occasione ``furono stabiliti i primi contatti [...] che avrebbero portato, infine, all'istituzione, da parte di Hudal, di una rete per l'espatrio clandestino dei criminali nazisti''.
``A seguito del crollo effettivo dell'esercito tedesco in Italia, Pio XII avviò una campagna per ottenere il diritto di inviare i suoi rappresentanti personali in visita alle decine di migliaia di prigionieri di guerra e internati civili che allora si trovavano nei campi italiani'', con particolare riferimento a quelli di lingua tedesca. Ottenuto tale diritto, fu nominato ``per prestar soccorso alla popolazione nemica sconfitta [il vescovo antisemita] Hudal''. La scelta ebbe il complice avallo degli Americani, che ``sapevano tutto sulle convinzioni politiche del vescovo austriaco'' e il cui servizio segreto aveva redatto un dossier sul libro filonazista che costui aveva pubblicato nel 1936. ``Senza la diretta intercessione diplomatica del Vaticano [egli] non sarebbe mai riuscito a entrare in contatto con tanti criminali di guerra nazisti''.
Lo stesso Hudal, molti anni più tardi scrisse: ``Ringrazio Dio per avermi permesso di visitare e confortare molte vittime nelle loro prigioni e nei campi di concentramento e di aiutarle a fuggire con falsi documenti di identità. [...] La guerra intrapresa dagli alleati contro la Germania non fu motivata da una crociata, bensì dalla rivalità dei complessi economici per la cui vittoria essi avevano combattuto. Questo cosiddetto business [...] si servì di slogan come democrazia, razza, libertà religiosa e cristianesimo quali esche per le masse.
Tutte queste esperienze mi fecero sentire in dovere, dopo il 1945, di dedicare la mia opera caritatevole principalmente ad ex-nazionalsocialisti ed ex-fascisti, soprattutto ai cosiddetti "criminali di guerra"''. Hudal era in grado di fornire qualsiasi tipo di documenti falsi: ``carte d'identità italiane, falsi certificati di nascita, persino dei visti per il paese verso cui si era diretti. I più utili erano i passaporti della Croce Rossa Internazionale''. ``La Santa Sede patrocinava il traffico illecito di documenti della Croce Rossa, ottenuti con un falso nome o una falsa nazionalità. [...] Il perno di questa operazione era il prete ungherese Gallov''.
I passaporti e documenti di identità e di viaggio occorrenti per aiutare i suoi amici nazisti erano forniti al vescovo Hudal da Montini tramite la Commissione Pontificia di Assistenza ai profughi e la Caritas Internazionale. Il traffico illecito di documenti della Croce Rossa era noto ai servizi segreti americani, ed anche il fatto che il Vaticano stava agevolando la fuga di criminali di guerra, come è scritto nel "Rapporto La Vista" del 1947: vi erano elencate ``più di venti organizzazioni assistenziali vaticane implicate nell'emigrazione illecita o sospettate di esserlo. In cima alla lista degli ecclesiastici coinvolti c'era l'onnipresente vescovo Hudal''.
``I burocrati di Washington decisero, alla fine, di inoltrare soltanto una protesta discreta e molto informale presso la Santa Sede''. ``Il Dipartimento di Stato sembrava preoccuparsi maggiormente del fatto che i documenti falsi potessero inavvertitamente aiutare degli ebrei diretti in Palestina o degli agenti segreti comunisti [...] diretti verso l'emisfero occidentale''. Inoltre il capitale privato americano aveva preso, autonomamente rispetto al proprio governo, l'iniziativa di finanziare quest'emigrazione illegale.
Le azioni di Hudal a favore dei nazisti non passarono inosservate, ed una serie di articoli apparsi sulla stampa italiana nel 1947 fecero scoppiare uno scandalo, mettendo in cattiva luce persino Pio XII. Hudal fu costretto a ritirarsi, ma non per questo terminò il traffico: ``da quel momento vennero prese misure straordinarie per nascondere i percorsi di fuga dei nazisti''. La rete fu riorganizzata meglio, e sempre con l'autorizzazione di alti funzionari ecclesiastici: ``Il Vaticano sceglieva, per questo lavoro, dei preti fascisti dell'Europa Centrale''.
La rete di fuga di Hudal era inserita nell'organizzazione nota con la sigla ODESSA - Organisation der Ehemaligen SS Angehörigen (organizzazione degli ex-appartenenti alle SS). Troviamo ulteriori annotazioni nell'articolo "I segreti della ODESSA" su Storia Illustrata:
``Segnando un giorno su un mappamondo gli itinerari percorsi nella loro fuga da alcuni tra i maggiori criminali nazisti, Simon Wiesenthal [un sopravvissuto del campo di concentramento di Mauthausen, diventato poi cacciatore di nazisti e direttore del Centro di Documentazione di Vienna sull'olocausto] si accorse che seguivano grosso modo tre direttrici principali. Il primo di questi itinerari conduceva dalla Germania in Austria, poi in Italia e di qui in Spagna. Il secondo collegava la Germania con i paesi arabi, il terzo con il Sud America, precisamente con l'Argentina.
Questo paese infatti, fino al 1955 -l'anno in cui cadde la dittatura di Perón- fu uno dei rifugi preferiti dei criminali nazisti che in seguito si indirizzarono verso il Paraguay. Wiesenthal constatò che molte fughe, iniziate nelle più diverse città tedesche, convergevano verso Memmingen, un centro medievale nel cuore dell'Allgäu (regione della Germania meridionale, tra la Baviera e il Württemberg); da qui i fuggiaschi si dirigevano a Innsbruck e, attraverso il Brennero, passavano in Italia. [...] Alla fine della guerra, in piena occupazione alleata, era sorta in Germania una serie di reti di contatto tra i nazisti chiusi in carcere e gruppi clandestini che facevano capo a ex-gerarchi i quali vivevano nascosti sotto falsi nomi.
Già molto tempo prima del crollo del Terzo Reich, infatti, i capi nazisti avevano ricevuto dal partito documenti di identità con nomi falsi e stabilito dei codici segreti da usare in caso di necessità. [...] Le due principali vie di fuga andavano da Brema a Roma e da Brema a Genova. Lungo tutto il confine austro-tedesco, nel distretto di Salisburgo e in Tirolo, ogni 60 o 70 km di percorso c'era uno scalo costituito da un massimo di cinque persone, le quali conoscevano soltanto l'ubicazione dei due scali più vicini: quello da cui giungevano a loro i fuggiaschi e quello a cui dovevano indirizzarli.
Questi scali erano mimetizzati nei luoghi più fuorimano: capanne isolate, fattorie vicine ai confini, locande nascoste in mezzo ai boschi. Qui i fuggiaschi giungevano accompagnati dai "corrieri", persone che si occultavano sotto le più impensate attività. Tra questi corrieri, ad esempio, c'erano molti degli autisti tedeschi che gli Alleati avevano assunto per guidare sull'autostrada Monaco-Saliburgo i camion militari adibiti al trasporto del giornale dell'esercito americano "The Stars and Stripes".
Così, spesso, nascosti dietro pacchi di giornali, viaggiavano criminali nazisti. Questi poi, con documenti falsi e talvolta accompagnati da donne e bambini che per sviare l'attenzione delle autorità di frontiera si dichiaravano loro parenti, riuscivano a varcare il confine. [...]
Fu grazie all'ODESSA -afferma Wiesenthal- che Bormann, Eichmann, Mengele e altri, riuscirono a fuggire dalla Germania e a far perdere così bene le loro tracce. In seguito, da altre fonti, Wiesenthal apprese che uno dei principali organizzatori dell'ODESSA era un ex-capitano delle SS: Franz Röstel, che si nascondeva sotto il nome di Haddad Said, viaggiava con passaporto siriano e faceva la spola da Lindau a Zurigo o Ginevra e da qui verso la Costa Brava, in Spagna (altro rifugio prediletto dagli ex-nazisti), l'Oriente, il Sud America. Scoprì anche che l'ODESSA si era valsa più volte, tra l'Italia e l'Austria, della cosiddetta via dei conventi, servendosi cioè di case religiose, soprattutto di frati i quali, per carità cristiana, davano ospitalità per qualche ora o per qualche giorno ai fuggiaschi, come in passato avevano accolto gli ebrei braccati dai nazisti.''
L'ODESSA era finanziata con i fondi degli ``industriali della Renania e della Ruhr, che nel 1933 erano stati i sostenitori di Hitler, [i quali] avendo compreso che la guerra era ormai perduta, avevano deciso di buttare a mare il Führer. Si erano perciò accordati per impedire che le ricchezze del Terzo Reich cadessero in mano agli Alleati. Così cominciarono a trasferire cospicui fondi nei Paesi neutrali, sotto la copertura di uomini di paglia che, con operazioni commerciali legittime, diedero vita a colossali imprese.
Un rapporto pubblicato nel 1946 dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti riferisce che le società create in tutto il mondo con il denaro proveniente dai forzieri degli industriali nazisti erano allora 750, di cui 112 in Spagna, 58 in Portogallo, 35 in Turchia, 98 in Argentina, 214 in Svizzera, 233 in vari altri paesi. Ma il segreto bancario, inviolabile, copre questi trasferimenti di fondi e con essi i nomi dei finanziatori dell'organizzazione ODESSA.''
I krizari torna su
Il motivo per cui il Vaticano ed i servizi segreti occidentali lasciarono fuggire gli ustascia era la necessità di sconfiggere il nemico "ateo bolscevico", creando un movimento di resistenza clandestino per far scoppiare un'insurrezione nella neonata Jugoslavia di Tito. Oltre al compito di aiutarli a scappare, nel dopoguerra Draganovic aveva anche ``quello di coordinare e dirigere l'attività degli ustascia in Italia''.
Poche settimane dopo la conclusione della guerra, il 25 giugno 1945, gli ustascia si erano messi in contatto con la missione papale a Salisburgo, nella zona dell'Austria controllata dagli Stati Uniti. ``Chiedevano l'assistenza del papa per creare un altro Stato croato indipendente, o almeno un'unione adriatico-danubiana in cui la Croazia, secondo le leggi di natura, avrebbe la possibilità di svilupparsi''.
``Uno degli ecclesiastici che maggiormente si impegnarono ad aiutare gli ustascia fu l'arcivescovo di Salisburgo Andreas Rohracher [il quale] mise la Chiesa a disposizione della Confederazione Pandanubiana dell'Intermarium''. I servizi segreti occidentali conoscevano benissimo queste trame, ed un rapporto dei servizi segreti USA di quegli anni lo riassumeva con le seguenti parole: ``Stanno tentando di istituire lo Stato Intermarium o Inter-Danubio, composto da tutte le nazioni cattoliche dell'Europa sudorientale''. Anche ``importanti politici e burocrati italiani aiutavano le operazioni terroristiche dei krizari''. Nel 1945 gli ustascia formularono ``l'offerta di mettersi a disposizione del comando anglo-americano. [...] Gli inglesi avevano accettato immediatamente questa offerta''.``Sia gli inglesi sia, in un secondo momento, gli americani avevano assoldato quegli stessi nazisti che venivano protetti dalla Chiesa'' per ``colpire con azioni terroristiche bersagli strategici e uomini al servizio dei comunisti'' all'interno della Jugoslavia.
``Questi agenti venivano presi dalle fila degli ustascia sconfitti di Pavelic. Riandando ai giorni della cristianità militante, il poglavnik chiamò questi guerrieri cattolici "krizari", ossia i suoi crociati''. Tale nome derivava da quello di un gruppo ecclesiastico ufficiale degli anni Trenta, denominato anch'esso "krizari". ``Il distaccamento del CIC a Trieste riceveva informazioni sulle operazioni che inglesi e americani dovevano compiere congiuntamente, tra cui una campagna di reclutamento patrocinata dagli alleati al fine di procacciare volontari per il movimento krizari. Molti di questi volontari erano già stati portati in un campo di addestramento americano ad Udine o lì vicino, dove ricevevano la preparazione necessaria. Venivano dati loro approvvigionamenti e uniformi dell'esercito americano, più 700 lire al giorno di paga. Alla fine del loro addestramento, gli uomini venivano muniti di armi americane e portati in Austria, dai cui confini entravano in territorio jugoslavo. Potevano utilizzare i campi inglesi in Austria, nei quali si ritiravano periodicamente per riposarsi''.
Uno dei principali collegamenti americani con la ratline di Draganovic ``durante gli anni 1946-47 [era] il colonnello Lewis Perry, [che] faceva parte del distaccamento del CIC a Trieste'' (145-146). Costui manteneva rapporti in particolare con Srecko Rover. ``Pavelic e Draganovic collaboravano strettamente, impartendo di comune accordo i loro ordini ai gruppi terroristici''. ``Pavelic e i camerati più vicini a lui s'incontravano regolarmente con elementi simpatizzanti delle forze armate inglesi, che avevano pagato per la riorganizzazione unitaria degli ustascia da usare, alla fine, contro Tito''.
``I rifornimenti militari ai krizari provenivano quasi esclusivamente dagli inglesi e comprendevano mortai, mitragliatrici, fucili mitragliatori, radio ricetrasmittenti da campo e uniformi di fattura inglese''. In Vaticano si trovava ``il centro del comando. Gli aiuti [...] armi e altri rifornimenti di base arrivavano dal Vaticano con metodi clandestini. [...] Le armi che giungevano in Croazia provenivano dalla Svizzera'' Il finanziamento del movimento avveniva attraverso le operazioni di riciclaggio di denaro sporco di sangue proveniente dal furto nei confronti degli ebrei e dei serbi durante la guerra; inoltre ``attraverso figure molto influenti in ambito ecclesiastico, il comando dei krizari riceveva dei fondi vaticani. Alcuni furono usati per indurre il governo italiano di Alcide de Gasperi a fornire le armi richieste per la loro crociata contro Tito''.
``Il colonnello dei krizari Drago Marinkovic [...] aveva la responsabilità di procurarsi armi e fondi di provenienza italiana, viaggiando in lungo e in largo per le missioni tra Trieste, Venezia e Roma. Inoltre Marinkovic aveva contattato il Vaticano a Roma, dove [era] riuscito ad ottenere una grossa somma di denaro. [...] Questi soldi servirono per procurarsi delle armi: [...] un camion con rimorchio che trasportava fucili mitragliatori nascosti tra pezzi di mobilio [fu consegnato ad] un gruppo di persone in attesa di portare le armi in Jugoslavia''. ``I criminali comuni, soprattutto spacciatori di droga e operatori del mercato nero, venivano spesso utilizzati per aiutare i krizari ad attraversare il confine jugoslavo''. Il traffico delle armi avveniva ``dietro la copertura della Croce Rossa Italiana''.
A dicembre 1945 ``padre Ivan Condric e altri quattro preti furono riconosciuti colpevoli di aver organizzato le azioni terroristiche dei krizari''. Si trattava del primo processo contro i krizari in Jugoslavia: in seguito ne vennero altri. ``Nell'agosto del 1946, una quantità considerevole di opuscoli venne gettata sul territorio croato da alcuni aeroplani, decollati, a quanto pare, dalla zona inglese dell'Austria. Questi opuscoli, firmati da Pavelic, dichiaravano che la guerra sarebbe continuata senza tregua fino alla definitiva eliminazione di Tito [...]''.
Negli anni 1946-47, i krizari si infiltrarono in Croazia a partire dalle loro basi in Austria: ``i loro ordini erano di rafforzare il movimento clandestino e di lanciare una violenta campagna di assassinii e sabotaggi, per prepararsi al momento in cui avrebbero finalmente regolato i conti coi loro vecchi nemici. Il loro scopo era quello di ricongiungersi coi potenti reparti che operavano sull'impervio terreno, distruggere le comunicazioni telegrafiche, telefoniche e ferroviarie, attaccare l'industria e assassinare i più importanti rappresentanti politici e militari. Invece di trovare un movimento clandestino ben organizzato di 300.000 uomini, s'imbatterono presto nell'efficiente e spietata polizia segreta di Tito. A pochi giorni, se non addirittura a poche ore, dal superamento del confine, la maggior parte di loro si ritrovò in mano ai comunisti''.
Tra di loro ``c'erano alcune persone che avevano eseguito le stragi più brutali per conto di Ante Pavelic, uomini che avevano messo in atto i sanguinosi metodi politici e razziali del loro poglavnik con incredibile accanimento''. ``Il contatto radio era mantenuto mediante una radio da campo fatta funzionare da Vrancic [...] e situata nella zona inglese dell'Austria. Si ritiene che al servizio di corriere ustascia all'interno delle zone austriache collaborasse la Chiesa cattolica romana in Austria [e in particolare] il cardinale di Graz''. ``L'uomo al comando delle operazioni era uno dei più fedeli servitori del poglavnik, Bozidar Kavran, assistito da Lovro Susic''. ``Gli Sloveni avevano istituito la loro sezione del movimento krizari'' sotto la leadership spirituale del vescovo di Lubiana Rozman, che si era rifugiato a Klagenfurt. Il capo dei krizari sloveni era Franjo Lipovec.
``Nel 1945 [Lipovec] fu arrestato dal SIS a Trieste, dove [...] fu assunto e stipendiato'' dal servizio segreto inglese. ``Lipovec costituiva il principale legame tra i krizari e il governo italiano. Nell'agosto 1946, s'incontrò con alti ufficiali del servizio segreto militare italiano, i quali proposero di stabilire un certo grado di collaborazione. Lipovec accettò la loro offerta e vendette completamente se stesso e i suoi piani agli italiani. Tali piani vennero a loro volta forniti al capo di gabinetto di De Gasperi e, in seguito, il presidente del Consiglio italiano assicurò a Lipovec che il suo governo avrebbe fatto, in via ufficiosa, qualsiasi cosa in suo potere per rafforzare l'opposizione a Tito, promettendogli un appoggio incondizionato nel caso in cui la situazione si fosse fatta più favorevole.
Con il sostegno finanziario dei servizi segreti italiani, Lipovec e i suoi camerati lanciarono quindi una campagna di propaganda per procurarsi nuove reclute tra gli esuli politici a Trieste. Il passo successivo fu quello di armare le unità di krizari che si trovavano nella zona e, dopo diversi incontri col servizio segreto italiano, Lipovec raggiunse un accordo secondo cui armi provenienti dai depositi dell'esercito italiano sarebbero state messe a sua disposizione per essere inviate ad elementi krizari che si trovavano a Trieste. Nei mesi di febbraio e marzo del 1947, secondo l'accordo, [...] furono consegnati otto carichi d'armi, che comprendevano 500 armi automatiche, circa 4.000 granate a mano, 100 pistole e più di 30 bombe a orologeria. I servizi segreti italiani pagarono le spese di trasporto per portare le armi fuori dalla zona alleata di Trieste fino in Jugoslavia''.
``Trieste [che si trovava sotto l'amministrazione militare degli inglesi] rappresentava il punto d'incontro tra le forze di resistenza all'interno della Jugoslavia e le forze che le stavano finanziando, controllando e dirigendo in Italia. Il principale collegamento era costituito dal professor Ivan Protulipac, [...] l'uomo di padre Draganovic a Trieste''. Protulipac ``dopo la guerra assunse un ruolo di primo piano [...] finché verso la fine del 1946 gli agenti comunisti non lo assassinarono a Trieste''. ``La sezione croata della Croce Rossa fondata da Cecelja era, in effetti, sotto il controllo degli ustascia, che ne utilizzavano i vari uffici come agenzia per la raccolta di informazioni per operazioni clandestine in Jugoslavia e in Austria. Inoltre Cecelja era noto come uno dei principali organizzatori ustascia in Austria, dove [venivano organizzati] regolarmente raduni militari''
Una delle loro basi era a Trofaiach (Austria), ed era diretta da Bozidar Kavran e Srecko Rover. Quest'ultimo fu successivamente sospettato diessere una spia di Tito, in quanto tutte le operazioni da lui dirette si rivelarono disastrose: i suoi uomini venivano regolarmente arrestati appena mettevano piede in Jugoslavia, mentre lui la scampava sempre. ``Tanti dei criminali di guerra che vennero [tratti in salvo dalla rete di Draganovic] furono catturati in seguito durante missioni terroristiche compiute all'interno della Jugoslavia''.
In luglio ed agosto del 1948, si tenne a Zagabria un processo giudiziario contro 57 imputati, per gli atti di terrorismo compiuti dai krizari. ``Il verdetto, dichiarando colpevoli gli imputati, li condannava a morte o a lunghi periodi di carcere''. In Ratlines, il procedimento viene chiamato sarcasticamente "processo pilotato", e viene manifestato chiaramente il disprezzo degli autori nei confronti della Jugoslavia di Tito. Dopo sei pagine di denigrazione del processo, tuttavia, gli autori arrivano alla seguente conclusione: ``È possibile che le strane accuse fatte dagli jugoslavi durante il "processo pilotato" ai krizari avessero, dopotutto, una certa sostanza''. Il Foreign Office smentiva le accuse che gli venivano formulate al processo, accusando invece l'alleato americano; tuttavia ``dietro la rinascita militare e politica degli ustascia c'era proprio il SIS''.
``Nel 1948 le prove presentate durante il processo pilotato ai krizari lasciarono ben pochi dubbi sul fatto che la polizia segreta comunista si fosse servita di agenti doppiogiochisti per condurre una contro-operazione molto sofisticata. Erano riusciti in qualche modo a procurarsi i codici radio segreti usati dai krizari ed erano informati, con buon anticipo, sui dettagli precisi delle loro operazioni. Conoscevano gli itinerari esatti adoperati dai gruppi che cercavano di entrare clandestinamente in Jugoslavia, come pure la data e l'ora del loro ingresso nel paese.
Grazie a questi vantaggi, era facile per la polizia segreta attirare i krizari inconsapevoli nelle loro mani, servendosi dei loro stessi codici radio. Una volta all'interno del paese, potevano catturarli quando volevano. [...] Nonostante questi terribili rovesci, le operazioni proseguirono e si estesero addirittura in altri paesi comunisti. Per tutti gli anni Cinquanta, fino agli inizi degli anni Sessanta, il governo jugoslavo continuò a processare gli agenti catturati, molti dei quali erano presumibilmente finanziati da padre Draganovic e agivano dietro suoi ordini''.
``Altri eserciti cattolici clandestini erano stati radunati per disgregare e, se possibile, rovesciare i regimi comunisti dell'Europa centrale e orientale. In Cecoslovacchia, in Polonia, negli Stati Baltici e in Ucraina gruppi di nazisti clandestini operavano a stretto contatto con i krizari. [Fra i] complici dei krizari c'erano famigerati [fascisti ucraini, sotto il comando di] Stjepan Bandera, per costruire [...] il Blocco delle Nazioni Anti-bolsceviche. Cominciarono presto a lavorare per l'occidente''.
Riciclaggio di denaro sporco (di sangue) torna su
Oltre a nascondere i fuggiaschi ed a impiegarli nel terrorismo, alcuni funzionari ecclesiastici riciclavano i tesori rubati dai nazisti alle loro vittime. Erano coinvolte nelle operazioni numerose ``banche situate in Gran Bretagna, in Palestina, in Italia e in Svizzera.'' Inoltre Walter Rauff, dopo aver preso contatto con l'arcivescovo Siri ``si impegnò a riciclare denaro falso con l'aiuto di Frederick Schwendt, un ex-collega di Rauff nelle SS. Schwendt è considerato tra i più grandi falsari della storia''. ``Con l'aiuto dei preti cattolici, all'inizio del 1944 Pavelic aveva cominciato a trasferire [a Berna] notevoli quantità d'oro e di valuta.'' Il tesoro doveva ammontare a 2500-3000 kg di oro, ``ossia in realtà i valori delle vittime assassinate da Pavelic, rubati dagli ustascia in fuga''.
Una parte del tesoro fu portata a Roma con dei camion dal tenente colonnello inglese Jonson. ``Due autocarri [...] che trasportavano una parte del tesoro degli ustascia avevano [...] raggiunto l'Austria'' e furono trasferiti in Italia ``per finanziare il movimento croato di resistenza in Jugoslavia''. Inoltre, ``a Wolfsber erano stati nascosti 400 kg d'oro, del valore di milioni di dollari, nonché una considerevole quantità di valuta straniera, e lì si trovavano sotto il controllo dell'ex-ministro ustascia Lovro Susic.'' Gli ufficiali ustascia ``dissero a Draganovic di tenere [il tesoro] al sicuro. Il sacerdote obbedì fin troppo volentieri; contattò Susic e, con il suo accordo, prese 40 kg di lingotti d'oro e li portò a Roma, nascosti in due casse da imballaggio''.
``Susic nominò Draganovic membro di un comitato di tre persone incaricato di controllare il tesoro. [Gli altri due erano] l'ex-ministro ustascia Stjepan Hefer e il generale di gendarmeria Vilko Pecnikar''. Draganovic ``consentì a Pecnikar di avere accesso al tesoro accumulato per la sua ratline. [...] Parte di quel tesoro andò a finanziare anche una nuova campagna terroristica, appoggiata dall'occidente, all'interno della Jugoslavia'', ossia il movimento dei krizari.
Nella veste di ``tesoriere della sezione ufficiale croata della Pontificia Commissione di Assistenza Profughi [padre Mandic] provvedeva alla vendita dell'oro, dei gioielli e della valuta straniera depositati dagli alti ufficiali ustascia in cambio di valuta italiana''. Nei primi mesi del 1948 il vescovo di Lubiana Rozman si recò a Berna, dove ``2400 kg d'oro e altri valori rimanevano ancora nascosti. [...] Avrebbero dovuto essere usati per aiutare i profughi di religione cattolica'', il solito eufemismo per dire gli ex-ustascia. Gli alleati, e in particolare gli americani, erano perfettamente a conoscenza dell'esistenza di questo tesoro. ``Gli amici ustascia di Rozman erano impegnati in un'enorme truffa, in cui ci si serviva del mercato nero per convertire l'oro in dollari e, più tardi, in scellini austriaci''.
I personaggi
Papa Pio XII (Eugenio Pacelli) torna su
Fu papa dal 1939 al 1958, era un fervente anticomunista, e a causa delle sue posizioni politiche veniva detto "il papa tedesco". Durante la guerra appoggiò la Croazia di Ante Pavelic. Era perfettamente al corrente delle ratlines organizzate da Hudal e Draganovic, in quanto era tenuto al corrente da Montini. Giovanni Montini, il futuro papa Paolo VI Assistente personale di papa Pio XII nella veste di sottosegretario di Stato per gli affari ecclesiastici.
Durante la guerra fu coinvolto nelle trattative fra nazisti e occidente e fu organizzatore, per conto del papa, del Servizio Informazioni del Vaticano (il servizio segreto vaticano). Fu lui a rifiutare l'udienza a Bokun, inviato dalla monarchia jugoslava per trasmettere al Vaticano le prove delle atrocità di Pavelic, malgrado che ``non ci fossero dubbi che Montini fosse ben informato sulla reale situazione''. Aiutò e collaborò con Hudal per l'organizzazione della fuga dei nazisti. Era anche l'amico di Draganovic. Questi talvolta ``chiedeva a Montini di procurarsi più visti da paesi che non ne emettevano in numero adeguato, e il burocrate vaticano intercedeva presso i diplomatici competenti''.
Altre volte, invece, era Montini a chiedere a Draganovic di ``far espatriare clandestinamente certa gente''. Era sempre Montini che nascondeva Ante Pavelic a Castel Gandolfo. ``In quel periodo Montini era il prediletto del papa e dirigeva l'opera caritatevole della Santa Sede a beneficio dei profughi. Dato che i due prelati s'incontravano quotidianamente per parlare del lavoro che la Segreteria di Stato doveva svolgere, è inconcepibile che Pio XII fosse all'oscuro di tutto''.
Alois Hudal torna su
Vescovo austriaco, amico di Pio XII, antisemita convinto, e principale organizzatore della rete di fuga (ratline) per i criminali di guerra tedeschi nell'immediato dopoguerra. ``Nato il 31 maggio 1885, divenne professore di studi sull'Antico Testamento all'Università di Graz nel 1919. Quattro anni più tardi, Hudal si trasferì a Roma come rettore del Pontificio Collegio di Santa Maria dell'Anima, situato su una strada che paradossalmente si chiama Via della Pace''. In tale veste, durante la guerra il vescovo aveva ``prestato servizio come commissario dell'episcopato per i cattolici di lingua tedesca in Italia [e] come padre confessore della comunità tedesca a Roma''.
Il Pontificio Collegio, uno dei tre seminari per preti tedeschi a Roma, ``era stato fondato nel XVI secolo per la formazione teologica dei preti tedeschi, ma nel dopoguerra divenne un centro nevralgico per l'espatrio clandestino dei nazisti''. Hudal ``era un ardente anticomunista, convinto che la vera minaccia per l'Europa fosse rappresentata dal bolscevismo ateo. Era perciò favorevole al raggiungimento di un accordo con i nazionalsocialisti tedeschi, che rappresentavano l'unica potenza abbastanza forte da sconfiggere i comunisti. [...] Riteneva che questa fosse una lotta di importanza vitale per la Chiesa, una lotta che avrebbe deciso chi, fra il comunismo e la cristianità, sarebbe alla fine sopravvissuto''.
``All'inizio degli anni Trenta [...] appoggiò apertamente Hitler, viaggiando in molte zone dell'Italia e della Germania per arringare le grandi folle di cattolici di lingua tedesca''. ``Pensava di essere stato chiamato da Dio per stabilire dei rapporti fra i nazisti e la Chiesa Cattolica''. Nell'aprile 1933 negoziò con Franz von Papen, il vicecancelliere di Hitler, il concordato tra Berlino e la Santa Sede. ``Prima della fine di quello stesso anno divenne senz'altro l'alleato politico di von Papen e fu da lui consultato immediatamente dopo il fallito putsch nazista in Austria''.
``Nel 1936 pubblicò un trattato filosofico intitolato "I Fondamenti del Nazionalsocialismo'', libro che ottenne l'imprimatur (ossia il permesso ufficiale della Chiesa per la pubblicazione) da parte del primate della Chiesa austriaca, il cardinale filonazista Theodore Innitzer. ``Il cardinale lo approvò calorosamente come prezioso tentativo di pacificare la situazione religiosa del popolo tedesco'' . Il libro fu bandito dal ministro tedesco della propaganda Joseph Göbbels, il quale ``non permetteva che i fondamenti del movimento venissero analizzati e criticati da un vescovo romano''. Ciononostante, Hudal rimaneva ben visto alla gerarchia nazista, e ``portava un distintivo d'oro di appartenenza al partito di Hitler''. Inoltre se ne andava ``orgogliosamente in giro per Roma con il vessillo di una Germania più grande sulla sua automobile; ma quando, nel giugno del 1944, gli alleati giunsero nella capitale italiana, Hudal fu il primo a cambiarla: improvvisamente la sua bandiera divenne austriaca''.
``Nel 1945, dall'oggi al domani, Hudal, da ideologo fascista qual era, cominciò a manifestare le sue nuove aspirazioni democratiche. Abbandonando la sua posizione favorevole alla Germania, s'affrettò a unirsi al libero comitato austriaco di Roma, e collaborò persino all'organizzazione di una liberazione simbolica della legazione austriaca.'' Quest'atteggiamento ipocrita era molto diffuso fra gli Austriaci, popolo ``la cui percentuale di iscritti al partito nazista era più elevata di quella della Germania'' e che malgrado ciò ha ``immediatamente richiesto un trattamento speciale in quanto prima vittima di Hitler''.
Dopo la guerra Hudal fece scappare numerosi criminali di guerra attraverso la rete di fuga che aveva provveduto a predisporre sin dal 1943. Nel 1947 il suo operato fu scoperto e lo scandalo lo costrinse a farsi da parte. Tuttavia ``ci vollero quasi quattro anni per sostituire il vescovo austriaco come rettore del Collegio di Santa Maria dell'Anima. Infine, nel Natale del 1951 Hudal si arrese di fronte all'ineluttabile, annunciando che avrebbe lasciato il Collegio nel luglio seguente.''.
``Convinto che la sua unica colpa fosse quella di avere una cattiva immagine presso la stampa, Hudal rimase a Roma fino alla sua morte, [che avvenne nel 1963 a Grottaferrata], senza pentirsi mai della sua opera a beneficio dei criminali di guerra nazisti: Aiutare la gente, salvare qualcuno, senza pensare alle conseguenze, lavorando altruisticamente e con determinazione, era naturalmente ciò che ci si sarebbe dovuti aspettare da un vero cristiano. Noi non crediamo all'"occhio per occhio" degli ebrei''.
Siri torna su
Il vescovo di Genova Siri era il terminale genovese della rete del vescovo Hudal. ``Era uno dei principali coordinatori di un'organizzazione internazionale il cui scopo era quello di provvedere all'emigrazione di europei anticomunisti in Sudamerica. Questa classificazione generale di anticomunisti comprende, ovviamente, tutte le persone compromesse politicamente agli occhi dei comunisti, vale a dire fascisti, ustascia e altri gruppi del genere. [...] Siri rappresentava il contatto di Walter Rauff nella messa a punto del sistema usato da Hudal per far fuggire clandestinamente dall'Europa i latitanti tedeschi''. ``Anche se pensava soprattutto a mantenere la propria organizzazione, Siri sapeva tutto sulla rete croata'' e aiutava talvolta Petranovic ``dandogli una mano ogni volta che poteva''.
Krunoslav Draganovic torna su
Prete croato, stretto collaboratore di Ante Pavelic, sia durante che dopo la guerra. In quanto ``rappresentante croato all'Intermarium in veste quasi ufficiale'' si impegnò a far fuggire molti criminali ustascia ed a organizzare il movimento dei krizari. Era noto come "l'eminenza grigia dei Balcani" ed anche ``come "il prete d'oro" poiché controllava gran parte del tesoro rubato'' alle vittime degli ustascia durante la guerra. Nacque nel 1903 a Brcko, in Bosnia, e prese i voti nel 1928.
Dal '32 al '35 studiò al Pio Pontificio Istituto Orientale e all'Università Gregoriana Pontificia, lavorando negli archivi vaticani. ``Divenne in seguito segretario del vescovo di Sarajevo Ivan Saric, che raggiunse una certa notorietà durante la guerra come boia dei Serbi''. ``Quando i nazisti occuparono Zagabria nell'aprile del 1941, era professore di teologia all'università locale.
In seguito raccontò: Quando venne proclamato lo stato croato indipendente ero in attesa a Zagabria con le lacrime agli occhi. Pensavo che la nazione croata, dopo otto secoli, avesse finalmente realizzato il suo più profondo desiderio d'indipendenza e d'autonomia''. (In realtà lo stato croato non era per nulla indipendente: era uno stato fantoccio impiantato dai Tedeschi senza che i Croati avessero neanche dovuto combattere) ``Era vicepresidente dell'Ufficio per la Colonizzazione ustascia. Questo ufficio costituiva parte integrante della macchina usata dai nazisti per il genocidio, poiché disponeva dei serbi o degli ebrei destinati allo sterminio, oppure, se erano molto fortunati, alla deportazione''.
``Draganovic era un criminale di guerra latitante: la Commissione Jugoslava per i Crimini di Guerra mise a verbale che il sacerdote era stato un alto funzionario del comitato addetto alla conversione forzata al cattolicesimo dei serbi ortodossi. Inoltre aveva scoperto il suo ruolo di primo piano nella requisizione forzata di cibo durante la sanguinosa offensiva anti-partigiana compiuta dai nazisti sul Monte Kozara, nella Bosnia occidentale, durante l'estate del 1942. Fu la stessa offensiva in cui l'ex-presidente austriaco Kurt Waldheim svolse un ruolo di primo piano come ufficiale nazista. Pavelic conferì a Waldheim un'importante decorazione per i suoi servigi e poi, alla fine della guerra, lo seguì in Austria''.
``Nell'agosto del 1943, Pavelic e l'arcivescovo Stepinàc inviarono Draganovic a Roma [con la carica di] rappresentante ustascia in Vaticano [per] costruire la rete clandestina per l'espatrio dei nazisti''. In tale veste, ed in quella di rappresentante della Croce Rossa croata, iniziò a preparare i percorsi di fuga per i criminali di guerra. ``Riceveva l'appoggio dell'arcivescovo di Croazia, Aloysius Stepinàc, che gli aveva procurato influenti contatti in Vaticano'': si incontrava regolarmente con il segretario di Stato Maglione, con il vicesegretario di Stato Montini (il futuro papa Paolo VI), e persino con papa Pio XII. Divenne segretario della Confraternita croata di San Girolamo, situata a Roma, in Via Tomacelli 132. ``Fondata nel 1453 con il patrocinio di papa Nicola V, la Confraternita di San Girolamo aveva sfornato alcuni dei più eminenti studiosi, scienziati, scrittori e preti della Croazia''.
Nel dopoguerra sarà lui a coordinare e dirigere il movimento ustascia in Italia, facendo fuggire i criminali di guerra attraverso la sua rete clandestina e reclutandoli per entrare a far parte dei krizari. ``Draganovic era non soltanto un capo del Partito Clericale Croato, ma anche uno dei maggiori leader dei krizari. Manteneva eccellenti contatti con le sue forze all'interno della Croazia e riceveva il sostegno della Chiesa Cattolica''.
``Nell'estate del 1945, Draganovic fece personalmente un giro dei campi in cui erano stati sistemati ex-componenti delle forze armate e delle organizzazioni politiche ustascia. Avviò ben presto un'intensa attività politica e prese contatto con i principali rappresentanti ustascia. In questo era assistito da altri sacerdoti croati, con l'aiuto dei quali si mantennero stretti rapporti fra la Confraternita di San Girolamo e i gruppi ustascia in tutta Italia e anche in Austria. Ciò condusse alla formazione di un servizio di spionaggio politico che permise alla Confraternita di raccogliere resoconti e dati sulle tendenze politiche tra gli emigrati. È altresì probabile che le informazioni apprese da questi rapporti venissero poi trasmesse al Vaticano''.
Si sospetta che Draganovic agisse nell'ambito del servizio segreto vaticano, agli ordini di monsignor Angelo Dell'Acqua; sono inoltre confermati ``stretti legami tra Draganovic e i servizi segreti italiani''. Draganovic ``dichiarava inequivocabilmente che coloro i quali hanno commesso crimini di guerra, soprattutto crimini contro l'umanità, devono essere puniti. Tuttavia sosteneva che proprio i più colpevoli non avrebbero dovuto essere classificati come criminali di guerra''. ``Le uniche persone condannate da Draganovic come criminali di guerra furono i soldati che s'insanguinarono effettivamente le mani [...]. Egli escludeva [...] i politici che avevano effettivamente decretato le leggi razziali che avevano reso legale la strage''.
Vilim Cecelja torna su
``Schedato dal governo di Tito come criminale di guerra numero 7103'' questo prete ustascia collaborò attivamente con il regime di Ante Pavelic durante la guerra, e dopo divenne il collegamento austriaco della rete di Draganovic. ``Dieci giorni dopo che Pavelic fu messo al potere dai nazisti, il quotidiano ufficiale ustascia "Hrvatsky Narod" (Nazione Croata) pubblicò una lunga intervista con Cecelja.
L'articolo s'intitolava "Il prete ustascia Cecelja" e rivelava quelle che erano, all'epoca, le sue vere attitudini. Nel corso di esso, Cecelja si vantava dell'importante ruolo svolto, prima della guerra, nelle attività illegali del movimento a Zagabria, dove molti capi ustascia che operavano clandestinamente s'erano incontrati in segreto nella sua parrocchia. Ammise [di fronte agli autori di Ratlines, che lo intervistarono nel 1989] di aver fatto parte segretamente del movimento ustascia, descrivendo con orgoglio il giuramento rituale che aveva compiuto davanti a due candele, a un crocifisso e a una spada e una pistola incrociate. Ciò gli valse il titolo di "Ustascia Giurato", concesso soltanto a coloro che militavano nel partito da prima della guerra.
Successivamente il prete fascista offrì a Pavelic il suo crocifisso e le sue candele in segno di devozione. Cecelja parlò con orgoglio anche del suo ruolo di primo piano nel coordinamento di 800 contadini che combatterono a fianco dei nazisti invasori. Quando ci fu bisogno di un sacerdote per officiare alla cerimonia del giuramento di Pavelic, Cecelja fu ben lieto di farlo, impartendo così la benedizione della Chiesa al regime fantoccio dei nazisti.
Poco tempo dopo, in pubblico, Cecelja "salutò con gioia il momento di libertà", proclamando apertamente i suoi stretti collegamenti con i maggiori ministri del gabinetto ustascia, come Mile Budak. Qualche settimana più tardi Budak annunciò pubblicamente il destino di due milioni di serbi in Croazia: un terzo doveva essere ucciso, un altro terzo deportato e il resto convertito con la forza al cattolicesimo. Cecelja, tuttavia, non modificò il suo atteggiamento benevolo nei confronti di Budak'' Fece parte ``della delegazione ufficiale di Pavelic a Roma, benedetta in Vaticano da Pio XII il 17 maggio del 1941. A quell'epoca il dittatore croato aveva già promulgato le sue leggi contro i serbi e gli ebrei e il genocidio era in corso.
La principale conquista della delegazione fu la cessione della costa dalmata all'Italia, cosa che non rappresentò certo un atto di patriottismo croato''. ``Cecelja ha tranquillamente ammesso di essere stato cappellano militare nelle forze ustascia durante la guerra, [...] nominato da Pavelic in persona nell'ottobre del 1941 e più tardi confermato dal suo caro amico, l'arcivescovo (in seguito cardinale) Aloysius Stepinàc''. ``Nel maggio del 1944 abbandonò finalmente la sua carica [di cappellano militare] per recarsi a Vienna, ufficialmente per prendersi cura dei soldati croati feriti in battaglia. In realtà, il suo compito era quello di preparare il capo austriaco della rete per l'espatrio clandestino dei criminali nazisti, per cui fondò anche la sezione locale della Croce Rossa Croata, che forniva una copertura ideale alla sua attività illecita''.
A proposito della Croce Rossa Croata, bisogna far notare che la stessa Croce Rossa Internazionale si rifiutò di riconoscerla, ``pur offrendole ufficiosamente notevole assistenza''. ``Un diplomatico americano sollevò Cecelja da qualsiasi accusa di collaborazionismo con i nazisti. Il console americano a Zagabria affermò che il sacerdote era stato esiliato a Vienna da Pavelic per il suo ruolo in un complotto anti-ustascia.'' Queste affermazioni erano tuttavia smentite dal fatto che ``Cecelja continuò a viaggiare su aerei ufficiali degli ustascia tra Vienna, Zagabria, Praga e Berlino.'' Egli inoltre ``ricevette da Zagabria l'ordine di condurre un'intensa campagna propagandistica tra gli ustascia presenti in Austria''.
Nel 1945, Cecelja si trasferì da Vienna a Salisburgo: ``il sacerdote ustascia era provvisto di documenti americani e della Croce Rossa che gli permisero di viaggiare liberamente attraverso la zona di occupazione statunitense''. ``Il 19 ottobre del 1945 venne arrestato dal quattrocentesimo distaccamento CIC dell'esercito degli Stati Uniti. Rimase in carcere per i 18 mesi successivi.''
In agosto 1946 ``il governo jugoslavo richiese la sua estradizione come traditore, descrivendone accuratamente le attività in favore degli ustascia durante la guerra''. Tuttavia nel marzo 1947 Cecelja venne rilasciato e ciò malgrado la ``decisione da parte dell'Extradition Board americano in Austria di approvare la richiesta jugoslava''. Avevano parlato a suo favore: l'arcivescovo Stepinàc; il vescovo americano Joseph Patrick Hurley, che si trovava in Jugoslavia come rappresentante del papa; il Foreign Office inglese, secondo il quale ``la maggior parte delle sue azioni [era] stata di carattere umanitario e non politico''; il console americano a Zagabria, per il quale Cecelja era un ``sacerdote di sani principi''; ed il Segretario di Stato americano George Marshall.
Cecelja partecipò anche alla costituzione del movimento dei krizari: ``era noto come uno dei principali organizzatori ustascia in Austria, dove partecipava regolarmente a raduni militari e faceva infuocati discorsi ai fedeli riuniti''. ``In seguito, fu direttamente implicato dalle autorità del controspionaggio australiano in una serie di azioni terroristiche intraprese da cellule ustascia operanti a Sidney e Melbourne''.
Nel 1957 ottenne un visto per visitare gli Stati Uniti. ``Cecelja morì qualche mese dopo aver concesso un'intervista'' agli autori di Ratlines. Ha ``trascorso i suoi ultimi anni di vita in un pittoresco villaggio appena fuori Salisburgo, dove le suore del convento Maria Pline si prendevano cura di lui''. All'epoca dell'intervista aveva 80 anni ed ``era ancora molto fiero dell'importante ruolo che aveva svolto in favore della sua amata Croazia. Pur criticando gli ustascia per aver procurato una brutta reputazione ai Croati, non mostrava né senso di colpa né rimorso''.
Nell'intervista rilasciata nel 1989, Cecelja ammise: ``Fui fiero di aiutare questi fuggiaschi, registrandoli e offrendo loro cibo, alloggio e documenti di immigrazione, nonché l'opportunità di spostarsi in giro per il mondo fino in Argentina. Ricevevo i documenti dalla Croce Rossa'').
Karlo Petranovic torna su
Nel 1934 divenne parroco di Ogulin, ``un distretto composto sia da serbi sia da croati''. ``Quando i nazisti invasero la Jugoslavia nell'aprile del 1941, Petranovic era cappellano nell'esercito''. ``Si era unito al movimento [ustascia] subito dopo l'invasione''. ``Fu chiamato a ricoprire cariche ufficiali molto alte e influenti. [...] Gli era stato conferito il grado di capitano nell'esercito ustascia e aveva accettato la carica di vice del capo ustascia di Ogulin. [...] Egli divenne un fattore molto importante nella politica locale del regime ustascia, che decideva della vita e della morte dei serbi di Ogulin e del distretto circostante. [...] Tale politica consisteva nel seminare il terrore tra la popolazione serba completamente innocente e si risolse nello sterminio di circa duemila serbi locali''. ``Una volta aveva diretto l'arresto e l'esecuzione di eminenti personalità serbe. Un'altra volta il prete, a quanto si diceva, fu responsabile del prelevamento dall'ospedale di Ogulin di cinque o sei pazienti serbi che furono uccisi nelle circostanze più brutali.
Un altro episodio fu l'assassinio del dottor Branko Zivanovic, avvenuto il 31 luglio del 1941. [...] Petranovic aveva collaborato all'organizzazione degli arresti di massa dei serbi di Ogulin e del distretto, che furono derubati e uccisi, alcuni a Brezno, gli altri vicino al villaggio di St. Petar. [Ebbe un ruolo] nella morte di circa un centinaio di serbi alla fine di luglio, un massacro compiuto in seguito a una decisione presa dal comitato ustascia di Ogulin, di cui Petranovic era un alto e influente membro. [...] Il comitato ustascia di Ogulin, di cui Petranovic era funzionario, fu responsabile dell'invio di centinaia di serbi e di croati del posto ai campi di concentramento degli ustascia, cosa che si concluse con lo sterminio della maggior parte di queste persone''.
Nel 1947 gli jugoslavi ne chiesero l'estradizione agli inglesi, ma questa non fu concessa. Fino ad oggi, Petranovic ha continuato a negare i suoi crimini di guerra, affermando che non era stato messo al corrente di quanto accadeva. Nel 1989 Petranovic fu intervistato dagli autori di Ratlines. ``A domande relative alle sue attività postbelliche, Monsignor Petranovic rispose ammettendo senza problemi di aver aiutato un paio di migliaia di persone a lasciare l'Italia via Genova''.
Al termine della guerra ``fu inviato al confine austro-jugoslavo, dove poteva muoversi liberamente tra gli ustascia in fuga. Si stabilì per un certo tempo a Graz, dove si nascondevano molti famigerati criminali di guerra. Lì fu aiutato nel suo lavoro dal vescovo Ferdinand Pawlikowski, che ottenne dal capo della polizia locale il permesso di far rimanete Petranovic a Graz. Da lì il sacerdote croato riuscì a scendere fino a Trieste, dove il vescovo locale provvide al suo alloggiamento; poi proseguì verso Milano, dove venne aiutato dal cardinale Schuster, per arrivare finalmente a Genova verso la fine del 1945. Voleva recarsi presso la Confraternita di San Girolamo a Roma, ma era già piena; perciò rimase a Genova e divenne l'agente locale di Draganovic'', dopo essere stato assoldato da questi in persona durante una visita a Genova. Petranovic manteneva ``ottimi collegamenti nella gerarchia ecclesiastica, soprattutto con il vescovo di Genova Siri'', il quale era il terminale genovese dell'altra rete di fuga, quella del vescovo Hudal. Monsignor Petranovic ``ha oggi quasi 80 anni e, negli ultimi tre decenni è vissuto a Niagara Falls, in Canada''.
Gregory Rozman torna su
``Durante la guerra, in assenza di Krek, [il vescovo di Lubiana] Rozman si era assunto la responsabilità del Partito Clericale Sloveno, stabilendo stretti contatti sia con i fascisti italiani sia con i nazisti'' . ``Verso la metà del 1942 andò in Vaticano per una missione segreta, consistente nel chiedere a Pio XII armi, cibo uniformi e altro equipaggiamento essenziale per il suo esercito anticomunista cattolico. Di conseguenza, gli italiani rifornirono le forze armate di Rozman. Dietro suo suggerimento, un certo numero di preti assunse anche ruoli chiave a livello militare e spionistico per conto delle potenze dell'Asse. Quando, nel settembre del 1943, gli italiani capitolarono, Rozman fece in modo che il passaggio al dominio nazista fosse il più facile possibile, suggerendo al gauleiter di Hitler la formazione della Guardia Nazionale Slovena. Questa Guardia Nazionale era completamente sotto il controllo tedesco, poiché obbediva direttamente agli ordini del capo delle SS locali e della Polizia Superiore.
Fu tristemente nota per i suoi massacri di civili, soprattutto sostenitori dei partigiani guidati dai comunisti, mentre la polizia segreta conduceva una campagna terroristica sotto la direzione della Gestapo. Mentre avevano luogo queste atrocità, Rozman sosteneva entusiasticamente la causa nazista, emettendo numerosi appelli affinché gli Sloveni combattessero dalla parte della Germania. La sua Lettera Pastorale del 30 novembre 1943 rappresentò un'espre