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Il Profeta Isaia: la storia, l’opera, le
Haftaròth
Simchat
Tora’ 5768
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Marco Del Monte
Chatàn
Bereshìth
Tempio Spagnolo di Roma
23 Tishrì 5768 – 4, 5, 6 ottobre 2007
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Dedico, sia la giornata del
mio Chatàn Beréshìth sia questo scritto, alla memoria di
mio Padre z.l., di mia
Madre za.l e del Morè
Settimio Gattegna z.l.,
che mi è sempre stato vicino e
amico e che ha contribuito al mio riavvicinamento al Tempio con
la passione dei semplici e con quel tratto umano del suo
insegnamento che ha profuso per diffondere ed insegnare le
parole dei nostri Maestri.
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Prefazione
Nell’anno ebraico 5754 (1994) in occasione del Bar Mitzvà di mio
figlio Claudio ho letto l’Haftarà di Chuckàth, dopo circa
vent’anni che non recitavo in un Beth a Kenèset.
Avevo iniziato ad Ancona, città nella quale mio padre fu
trasferito per lavoro nel 1956, quando io avevo nove anni:
dovetti perciò lasciare la Scuola Ebraica di Roma, frequentata
fino alla terza elementare dove avevo ricevuto la prima,
fondamentale base ebraica. Ad Ancona fui seguito individualmente
sia dal Morè Sergio Sierra, sia da Rav Laras, che era alla sua
prima esperienza di Rabbino Capo ed al quale ho fatto da
aiutante fintanto che è rimasto in quella città.
Con lui studiavo storia ebraica, Torà e commenti, i Profeti e lo
Sciulchàn Arùch; ogni venerdì sera e sabato mattina, oltre che
nei Moadìm, recitavo le varie Tefillòth e qualche volta leggevo
Sèfer.
Questo periodo per me è stato una pietra miliare, tanto che
quando molti anni dopo mi sono trovato per caso alla cerimonia
d’inaugurazione del Tempio che era stato appena restaurato, ho
provato un’emozione intensa e mi è venuto un nodo in gola: mi
sembrava di rivedere mia madre, che già avevo perduto, come se
fosse ancora al suo posto in prima fila, tutta presa dalla
preghiera e vicina con tanto amore e intimità.
Dopo qualche anno Rav Laras fu trasferito a Livorno ed io rimasi
ancora per due anni, aiutando soprattutto nei Moadim il Rabbino
che di volta in volta veniva in Comunità.
Nel 1962 mio padre tornò a Roma, dove fu difficile per me
ambientarmi di nuovo, tanto che quando potevo tornavo ad Ancona.
E' seguita una lontananza di molti anni, durante i quali ho
avuto modo di confrontarmi con altre realtà e con altri tipi di
cultura: ho capito quanto sia difficile a volte essere compresi
e come sia importante spiegare l’ebraismo ed i suoi aspetti nel
modo più chiaro possibile, affinché i valori profondi e
universali che da sempre li contraddistinguono siano apprezzati
e vengano colti con rispetto e considerazione.
Nel 1973 sono tornato ad officiare al Beth a Kenèset di Siena,
in occasione del matrimonio di mio cognato Marco, poi sono
seguiti altri anni di silenzio fino al 1994, anno che ha dato
una sferzata, una svolta inaspettata al sentimento e
all’interesse per ogni argomento ebraico che avevo lasciato
riposti e sopiti così a lungo.
L’avvenimento che portava mio figlio a recitare dove anche io
ero entrato di Minian, mi dava un impulso nuovo ed il classico
tuffo al cuore, anche perché evidentemente l’esperienza vissuta
ad Ancona aveva segnato la mia vita in maniera indelebile.
Partecipai con intenso coinvolgimento alle funzioni di quei
giorni lieti, ascoltai i commenti e le spiegazioni dei Rabbanim
e osservai che rispetto alla Parashat ashavua sulla quale la
“derashà” appariva ampia e approfondita, l’Haftarà restava più
in ombra, ed era letta quasi sempre da un rabbino o da poche
persone che si alternavano.
Per quanto ricordavo dai miei studi ebraici, questo particolare
brano di lettura doveva avere, invece, maggiore considerazione.
Ho cominciato così a raccogliere in un solo testo tutte le
Haftaròth dell’anno, commentandole poi una per una in un testo
generale molto dettagliato e comprensivo della vita di ogni
autore dei singoli brani letti; ho ricercato fonti storiche e
collegamenti che dessero valore e fondamento ai diversi scritti
e ne è pian piano nata un’opera che vado sempre aggiornando e
che forse un giorno troverà una veste di lettura meno privata.
Intanto ho iniziato, con il sostegno e l’autorizzazione di Rav
Toaff la spiegazione dell’Haftarà in vari Batè a Kenèset, ma
principalmente nel Tempio Spagnolo, con il Morè Settimio
Gattegna e con Rav Cesare Moscati.
Quest’anno ho l’onore di essere Chatàn Bereshìth in questo
Tempio e per l’occasione ho pensato di scrivere su uno dei
Profeti che prediligo, da scegliere tra Osea, Isaia, Geremia ed
Ezechiele, che costituiscono la spina dorsale delle Haftaròth
dell’anno.
Ho scelto Isaia perché è il
più letto tra i quattro e perché ritengo che nonostante la sua
complessità, abbia immagini di rara bellezza e forza, ancora
attuali per contenuto e forma e capaci di segnare in modo
significativo la circostanza nella quale si leggono i suoi
scritti.
Ad orientare la mia scelta su Isaia, è stata la curiosità sui
circa duecento anni di storia abbracciati dalla sua opera, che
lo vede sempre al centro degli avvenimenti in ogni momento
descritti, inoltre Isaia è il Profeta dell’Haftarà di Bereshìth
ed è l’unico le cui parole descrivono con vigore sia le azioni
dell’uomo che i sentimenti e le emozioni del mondo.
Passa cioè, con estrema semplicità, dal particolare
all’universale in un gioco di colori e suoni, che le varie
musicalità che si applicano alle “sue” Haftaròth ben
interpretano.
E’ l’unico che si legge e si canta con l’aria triste dei
digiuni, 10 Tevèt, 17 Tammùz, 9 di Av e Shabbàth Chazòn, col
canto normale delle Haftaròth comuni e col canto caldo e intenso
dei Moadìm, come Pèsach e come l’Haftarà di Nachamù, primo
Shabbàth di Consolazione.
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