Il Chilometro d’oro Il mondo perduto degli italiani d’Egitto di Daniel Fishman Prefazione di Magdi Allam Guerini editore, 240 pg, 18 euro Presentazione < In quale posto si possono trovare mussulmani, copti, turchi cattolici, ciprioti, italiani, inglesi, ebrei, francesi, marocchini, maltesi, polacchi, circassi, ortodossi, rumeni, russi, sudanesi,(…?) > si chiede all’inizio del libro, Clément Mosseri, il padre del protagonista. In Egitto, nella prima metà del secolo scorso, è la risposta. Il libro è il risultato di questo ambiente straordinario, colorato e cangiante come può esserlo un caleidoscopio che all’epoca vantava quarantaquattro comunità nazionali, cinquantacinque etnie e ventuno confessioni religiose. Il protagonista, Mondo Mosseri, è un talianin, un italiano d’Egitto, che nasce nell’anno 1900. Da subito le vicende della sua famiglia si intrecciano con quelle della Storia (re Fuad e re Faruk, Saad Zaglul Pascià, Rommel, Montgomery, Nasser…) e con quanto succede nel cosiddetto Chilometro d’Oro, l’area cosmopolita della Capitale, dove si concentrano gli stranieri, i ristoranti e gli hotel di lusso, i cinema e i teatri, oltre alle attività commerciali. Centro della vita sociale di Mondo è il Cafè Splendor, di proprietà del livornese Alfredo Leali, un emigrato di salda fede fascista arrivato al Cairo in cerca di fortuna. Le orgogliose appartenenze identitarie sono dipinte a forti tratti, ma tutti i personaggi, presentano profili ricchi anche di aspetti conflittuali. Sono i protagonisti di una specie di laboratorio ante-litteram di quella che adesso si chiama società multicuturale. E che alla fine, proprio come semi di cocomero (pastecca nella lingua dei talianin), nel 1956 verranno sputati da Nasser fuori dal paese in cui vivevano. Pur trattandosi di un romanzo, il quadro ricostruito è partito da un lungo lavoro preparatorio di valutazione di materiali di Archivio, ed è stato reso vivo dal contributo di decine di interviste effettuate a persone che hanno vissuto in Egitto in quegli anni, e che arricchiscono di aneddoti lo svolgersi delle vicende. Il linguaggio utilizzato ha numerosi rimandi alla lingua franca che veniva parlato in quel luogo e in quel tempo, ed è anch’esso frutto della ricostruzione delle parlate cosmopolite tipiche di quella società. Il tono è volutamente schietto e concreto, con molti tratti ironici, e con una precisa volontà tesa a evitare morali conclusive o amarcord nostalgici. Da un punto di vista narrativo, Il Chilometro d’oro colma una grossa lacuna. Non è infatti mai stato pubblicato in lingua italiana un romanzo che rappresentasse tutto questo mondo. Da un punto di vista politico e storico, inoltre, si tratta di alzare il velo sul silenzio che, per diversi motivi, è calato per decenni su di una storia che ha coinvolto e sconvolto la vita di decine di migliaia di Italiani d’Egitto. L’occasione è quella del 2006, data che ricorda i cinquant’anni dalla crisi del canale di Suez, e del conseguente disfacimento di questo ambiente. |
Il Chilometro d’oro Il mondo perduto degli italiani d’Egitto Prefazione di MAGDI ALLAM Non finirò mai di sorprendermi nel constatare come ogni volta che, ascoltando una canzone d’amore o vedendo un film egiziano degli anni Cinquanta o Sessanta, mi incanto. Con i sentimenti e con il pensiero torno indietro nel tempo, mi lascio travolgere da una incontenibile passione, mi riconcilio intimamente con una umanità di cui ho nostalgia ma che è ahimè irrimediabilmente persa. Anche perché, e di ciò sono perfettamente consapevole, almeno in parte quel mondo è il frutto di una mia idealizzazione che tende a esaltarne le virtù e a occultarne i difetti. Oggi, a oltre trent’anni di distanza, dopo aver tagliato il cordone ombelicale con la mia terra natia e aver scelto l’Italia come patria d’adozione, mi aggrappo a quel ricordo come a un bel sogno, percepisco quell’Egitto come un’ancora di salvezza nel mare in tempesta del fanatismo religioso, del nichilismo ideologico e del terrorismo disumano. Ecco perché quando Daniel Fishman mi ha chiesto di scrivere la prefazione al suo romanzo “Il Chilometro d’Oro”, ho accolto di buon grado un invito che è anche una straordinaria occasione per riscoprire il bello e il positivo di un passato che convive armonicamente con il mio presente. A tutt’oggi mi si apre il cuore ascoltando le dolci melodie che accompagnano inni all’amore eterno intonati da Um Kalthum, Mohammad Abdel Wahab, Abdel Halim Hafez, Farid al-Atrash, Fayruz, Layla Murad. I primi tre erano egiziani musulmani sunniti e rappresentano a mio avviso il meglio che la musica leggera araba abbia finora espresso. Gli ultimi tre erano nell’ordine un druso libanese di nobile famiglia trapiantato in Egitto, una libanese cristiana che con la sua voce sublime ha incantato il mondo arabo, una egiziana ebrea che ha eccelso nella recitazione cinematografica oltreché come dolce interprete di canzoni di successo. Ugualmente mi blocco come d’incanto se intercetto un vecchio film egiziano recitato da Omar Sharif, nome d’arte di Michel Shalhoub, nato cristiano maronita di origine libanese e convertito all’islam per poter sposare la diva degli anni Sessanta Faten Hamama. Il loro figlio Tareq darà loro dei nipoti musulmani, cristiani e ebrei da tre differenti matrimoni. Il mio regista preferito era Youssef Shahine, anche lui cristiano copto, autore di film indimenticabili come “Bab al Hadid”, una singolare storia d’amore tra un “pazzo del villaggio”, interpretato dallo stesso Chahine, e l’incantevole Hend Rostom nella stazione centrale dei treni del Cairo, nonché dell’elogio a Averroè in “Il destino” che gli è valso il plauso internazionale e la Palma d’oro alla carriera a Cannes. La mia attrice preferita era la disinibita e affascinante Suad Hosni che, a dispetto del corpo minuto, ha fatto impazzire una generazione di giovani arabi regalando loro tanta simpatia umana e stimolando in loro altrettanta fantasia erotica. E in ambito di spregiudicatezza a tutt’oggi mi soffermo sull’interpretazione di Lebleba, un’avvenente e sorniona armena, che ha incarnato sullo schermo le vicissitudini di una generazione di donne in balia tra la tradizione e l’emancipazione. Un cumulo di nomi che si coniugano al plurale sul piano del riferimento etnico e confessionale, ma che tuttavia avevano scelto l’Egitto come un crogiolo dove fondere le loro diversità e forgiare un modello di convivenza che non c’è più e che io rimpiango. Era l’Egitto dove fino agli anni Quaranta risiedevano circa 70 mila italiani. Non come immigrati temporanei ma come comunità che si considerava parte integrante della realtà egiziana. Che aveva messo radici in seno ai vari strati della società egiziana. C’erano i ricchi imprenditori come la famiglia Caccia che possedeva un’azienda tessile, grazie alla quale potei sin da piccolo frequentare le scuole italiane al Cairo, prima dalle suore comboniane della Nigrizia e poi dai sacerdoti salesiani di Don Bosco. La scuola sorgeva nel quartiere popolare di Rod al Farag, limitrofo a quello di Choubra dove nel 1933 nacque la cantante Dalida, il cui vero nome era Jolanda Gigliotti, talmente bella che vinse il concorso di Miss Egitto prima della sua definitiva partenza per l’Italia nel 1954. Ad Alessandria nacquero invece il poeta Giuseppe Ungaretti e l’intellettuale, poeta e editore futurista Filippo Tommaso Marinetti. La mia esperienza personale mi ha portato a frequentare e a convivere sin da piccino con gli italiani, che tra loro si distinguevano in italiani d’Egitto, quelli residenti da generazioni, e italiani di passaggio, presenti per motivi di lavoro temporaneo. Ma tutt’attorno a me c’era un mondo cosmopolita che si percepiva nella diversità etnica, religiosa, culturale e linguistica che caratterizza le metropoli. Una pluralità che veniva percepita e valorizzata come positiva, come un modello da perseguire e da incoraggiare. Lo si poteva intuire seguendo l’evoluzione della musica popolare dove, grazie al genio innovatore di Mohammad Abdel Wahab, furono adottati gli strumenti occidentali quali la chitarra elettrica, la fisarmonica e l’organo elettrico. Dando vita a un insieme che, ad esempio nei brani strumentali Al Khayyam e Assuan, coniugano fantasticamente la tradizione orientale lenta e sensuale con la modernità occidentale vibrante e focosa. Una sintesi felice apprezzata e esaltata dagli egiziani e dall’insieme del pubblico arabofono in “Enta Omri”, Tu sei la mia vita, il capolavoro musicale cantato da Um Kalthum. Bastava girare per le strade del Cairo per constatare come anche nel loro look i ragazzi e le ragazze non fossero dissimili dai loro coetanei sull’altra sponda del Mediterraneo, anche loro attratti dalle mode dei pantaloni a zampa d’elefante o le minigonne. C’era complessivamente una vitalità sociale e culturale che si è riflessa nella produzione migliore dei grandi scrittori egiziani dell’epoca, dal Premio Nobel Naghib Mahfouz a Taha Hussein, un padre dell’illuminismo nella cultura araba. Assai significativa è una recente testimonianza di Mahfouz raccolta da Giuseppe Videtti sul quotidiano La Repubblica: “Non ho mai viaggiato perché questa città mi ha dato tutto ciò di cui avevo bisogno. Il Cairo è il magazzino della Storia. I faraoni, i persiani, i greci, i romani, gli arabi, i turchi: sono tutti passati di qui e tutti, anche l’Europa moderna, hanno lasciato un segno nella Storia. La città è diventata, attraverso i secoli, un residuato dell’ingegno umano”. Ebbene, a dispetto delle analisi negative che s’ispirano a un nazionalismo acceso o a un fanatismo religioso, quell’Egitto plurale e cosmopolita è stato fonte di arricchimento e di vitalità per tutti, autoctoni, stranieri che di fatto stranieri non lo erano più da generazioni, immigrati di passaggio. La convivenza tra le diversità nel rispetto di regole comuni ha sortito dei risultati positivi a tutti i livelli. Certamente i problemi non mancavano. Ma forse che sono venuti meno quando la politica autoritaria e guerrafondaia di Nasser determinò la fuga di ebrei e cristiani d’Egitto, nonché di comunità straniere che loro malgrado se ne sono andate portandosi l’Egitto nel cuore? No, all’opposto la situazione è rapidamente peggiorata. Un Paese che nel 1952 esportava metà della propria produzione agricola si ritrovò nel 1967 a dover importare gran parte del proprio fabbisogno alimentare. Onestamente quell’esperienza dell’Egitto cosmopolita della prima metà del ventesimo secolo oggi sarebbe irripetibile. Si è imbarbarita la realtà dello Stato nazionale sull’onda di un fanatismo ideologico che ne ha accentuato le caratteristiche di chiusura, conflittualità e aggressività. E’ crollato il mito dell’emancipazione liberale, dello sviluppo economico e della giustizia sociale del Terzo Mondo che si sarebbero dovuti realizzare in modo automatico all’indomani della decolonizzazione e dell’avvento al potere di regimi nazionalisti. In Egitto e altrove nel mondo arabo e musulmano è venuta meno la centralità della persona umana e dei diritti individuali che animano la dottrina liberale e la civiltà occidentale con cui si interagiva, sopraffatti da una ideologia nazionalista e integralista islamica che impone il primato dei doveri comunitari e dei diritti collettivi. Più in generale si è acuito il divario non solo economico e sociale ma anche culturale e civile tra il Terzo mondo e l’Occidente. Per un altro verso l’insieme del pianeta fronteggia una crisi dei valori e una perdita dell’identità nazionale e trans-nazionale che fa seguito all’affermazione di un mondo unipolare dopo l’uscita di scena del blocco e dell’ideologia comunista, nonché alla diffusione dell’estremismo e del terrorismo islamico fin dentro l’Occidente stesso. La convivenza tra diversi è diventato un problema ovunque, sia nei paesi che al pari dell’Egitto hanno avuto una tradizione di ospitalità sia nei paesi dell’Occidente che specie nel secolo scorso hanno richiamato sempre più nuovi immigrati. Che cosa rimane dunque di quella favolosa esperienza dell’Egitto plurale e cosmopolita? Direi l’insegnamento di ciò che consentì il successo di quel modello di convivenza: il primato della persona sull’ideologia collettivistica; il rispetto e la valorizzazione della diversità come risorsa tesa a favorire il bene comune; uno spirito positivo e costruttivo nei confronti della vita e dell’umanità; una percezione moderata e pacifica della religione e delle ideologie; una proiezione di apertura e di condivisione verso i valori diffusi e le conquiste realizzate nel resto del mondo. Si tratta di un patrimonio notevole che va in primo luogo conosciuto. E il romanzo di Daniel Fishman è un singolare e prezioso contributo. Come sempre partendo da una corretta conoscenza, a maggior ragione se incentivata da una narrazione avvincente, diventa possibile riflettere su un passato non così lontano di cui noi siamo ancora dei testimoni viventi e convinti, al fine di poter mantenere accesa la speranza in un mondo migliore dove primeggi il valore della vita di tutti. Magdi Allam, gennaio 2006 |