Marco Del Monte 17 gennaio 2010 (2 Shevat 5770) La visita del Papa in Sinagoga * * * Esattamente un anno fa, di fronte alla nuova guerra di “Gaza”, alle perduranti professioni di negazionismo della Shoà fatte dall’Iran, alle squilibrate risoluzioni dell’ONU e alla manifesta indifferenza di molti occidentali per tali gravi problemi, ebbi modo di scrivere alcune considerazioni che partivano da un titolo un po’ provocatorio: “Cancellare la Shoà?”, ( http://www.kosherlive.com/commenti/cancellarelashoa.htm ) posto come domanda retorica, la cui risposta diveniva quasi un sillogismo: “Cancellare gli Ebrei?”. Tutto ciò per riflettere sul fatto che ogni avvenimento che ci riguardi, sia come individui, sia come popolo, è sempre oggetto di dispute e di contestazioni. Da diversi anni commento le Haftaròt (passi di Profeti) dell’anno liturgico ebraico e quest’anno ho intrapreso un cammino un po’ più complicato, perché cerco di accostare queste particolari letture a momenti di attualità. Già Sabato scorso, un giorno prima della visita del Papa al Tempio Maggiore di Roma, avevo intravisto nel passo di Ezechiele di quel giorno argomenti da mettere in relazione a questo avvenimento così importante e a tutto ciò che l’ha accompagnato. Le indicazioni più salienti venivano dall’invito rivolto da Ezechiele al re di Giuda, Zedekià, a non stipulare un patto con gli Egiziani, necessità invece sostenuta da molti notabili di corte che costituivano un forte partito orientato “verso” l’Egitto, nemico dei babilonesi e già sconfitti da Nabuccodonosòr II una prima volta a Karkemish nel 605 a.e.v. L’eventuale stipula di questo patto – sosteneva Ezechiele – avrebbe provocato “l’ira funesta” di Nabuccodonosòr, il potente imperatore babilonese, con pesanti ripercussioni sul popolo e sul regno (cosa poi avvenuta, come si sa). Il Faraone, pur avendo siglato il patto, si comporta come una “canna che si flette” se ci si appoggia ad essa (immagine data dal Profeta) e non interviene in soccorso di Zedekià: è silente e assente, perché teme che una volta spazzato via il Regno di Giuda, i babilonesi scendano fino in Egitto, provocando anche lì morte e devastazione. La cancellazione del Regno di Giuda, come sappiamo, non impedisce la nuova caduta dell’Egitto e quindi questo silenzio non ha certo prodotto effetti positivi. L’argomento sul quale si appuntavano paure e critiche sull’avvenimento di ieri era il “silenzio” della Chiesa di fronte alla Shoà, il che ha provocato una disputa all’interno del mondo ebraico e divisioni sull’opportunità di proseguire il dialogo o, addirittura, di dar luogo o meno all’incontro. Il silenzio, nei due momenti storici – temporalmente così lontani – c’è stato, ma ciò non ha impedito allora a Nabuccodonosòr di risparmiare la vita ad Ezechiele, che è stato posto invece a capo degli esuli e dei deportati per dare loro assistenza morale e spirituale, così come la Chiesa ha aperto le porte di molti conventi, per limitare a sua volta il numero di esuli e deportati. Credo, però, che non sia questo il punto focale; in effetti, sia il Papa che il Rabbino Capo hanno cercato motivi più ampi di possibile dialogo, sfumando le parole e i concetti, essendo tesi più a riprendere un cammino interrotto che non ad affrontare “coram populo” temi difficili da spiegare alla gente. La disputa, mi si passi la semplificazione, ha basi profonde, teologiche e filosofiche, e si è avvitata su secoli di lontananze ed incomprensioni. Ognuno di noi dovrebbe fare autocritica, ci si dovrebbe chiedere perché esistano ancora delle così radicate resistenze nei confronti dell’ebraismo e perché siamo percepiti ancora come un corpo che non si integra. Spesso ci si vanta del fatto che tra di noi c’è un’alta percentuale di premi Nobel e si sfugge alla constatazione che ciò provoca, invece, invidia e non suscita solidarietà. Nessuno constata che Sabin ha somministrato il suo vaccino contro la poliomielite a tutti e non solo ai bimbi ebrei! Per rimanere nel campo della medicina, c’è un passo del secondo libro dei Re che narra di un generale arameo, Na’aman, malato forse di lebbra che va dal Profeta Eliseo e gli chiede di essere guarito; Eliseo lo esaudisce e quando il generale, nel ringraziarlo, gli dice che comunque avrebbe pregato insieme al suo re nel tempio di Rimmòn (dio del tuono, adorato dagli Aramei), lo accompagna con le parole “lech leshalòm”, va’ in pace. Come si vede, è questa la tradizione ebraica ed anche in questo episodio è rispettata in pieno: nessuno può obbligare nessuno ad adorare un dio diverso da quello che ha imparato a conoscere da fanciullo. Perché non chiediamo, invece, ai nostri “fratelli minori” come mai delle radici “ebraico-cristiane” nella carta europea siano rimaste solo quelle cristiane? Non si potrebbe riaprire questo discorso, proprio facendo leva sulle parole di Benedetto XVI, che ieri ha affermato che nulla viene messo in dubbio dell’Alleanza che D-o ha sottoscritto con il popolo d’Israele? O, ancora, non si potrebbe chiedere come mai siamo ancora percepiti come una testimonianza ormai vecchia e superata, che tuttavia sopravvive ancora a tutti i regni e agli imperi vecchi e nuovi che hanno tentato “non” di cancellare la Shoà, ma l’essenza di questa e cioè, semplicemente, la presenza ebraica? Sono stato a Vienna di recente e queste domande interiori mi hanno riempito la testa per giorni: cosa sarebbe stata la Mitteleuropa, senza l’ebraismo austriaco? La risposta è sull’altra faccia della medaglia: constatiamo, purtroppo, che senza l’ebraismo austriaco, forse, non ci sarebbe stata la Shoà, almeno nei termini con i quali si è manifestata: ricordiamo che lo stesso Hitler era austriaco ed aveva “radici” ebraiche. Queste brevi considerazioni non semplificano certo i problemi, né danno certezza e serenità all’avere, comunque, assistito ad un avvenimento storico, si allungano piuttosto su scenari ed ostacoli per superare i quali occorrono veramente una grande volontà e disponibilità reciproche; l’incontro, a mio parere, ha solo contribuito a mantenere accesa una fiammella che i turbini di vento che abbiamo intorno vorrebbero invece spegnere. Un’ultima riflessione sulla composizione dell’anno liturgico ebraico: in esso troviamo un lungo periodo di lutto (trentatre giorni) che va da Pesach a Shavuòt e molti digiuni che ricordano, in particolare, questi avvenimenti: 1) la condanna a morte dei neonati maschi ebrei, voluta dal Faraone ai tempi di Mosè; 2) la morte del governatore Ghedalià, capo dell’esiguo numero di Ebrei rimasti nei dintorni di Gerusalemme dopo la sua distruzione ed amico del Profeta Geremia; 3) 3 digiuni che ricordano gli assedi a Gerusalemme e la distruzione dei due Templi; 4) Il digiuno di Ester, che prega perché venga scongiurata l’impiccagione degli Ebrei di Persia; è stato poi introdotto lo Yom a Shoà (il giorno della Shoà), il tutto a testimoniare una lunga storia di lotta e di resistenza, sempre volte ad affermare principi che invece dovrebbero essere universali, come i “Dieci Comandamenti”. Anche questo concetto è stato ribadito da Benedetto XVI, al quale non si può negare di aver cercato di tenere ancora acceso almeno un lume della nostra Menorà. * * * Roma lì, 18 gennaio 2010 Marco Del Monte |