Marco Del Monte Shabbàt 20 e Shabbàt 27 Cheshvàn 5770 (7 e 14 novembre 2009) –– Vajerà e Chajè Sarà – Il femminile ebraico - * * * Le due Parashòt e le Haftaròt che le accompagnano mettono ancora una volta in evidenza l’essenza del “femminile ebraico” e la sua importanza nel contesto religioso e sociale. I silenzi di Sara nelle varie circostanze che si manifestano in Vajerà, il suo muto dolore, cui dà voce la Sciunamita della prima Haftarà, testimoniano la sua dedizione più che al suo uomo, al senso della famiglia che ha la missione di perpetuare le generazioni nel tempo a venire: l’olàm abbà terreno è racchiuso nel femminile che è insieme artefice e custode delle tradizioni e del rispetto delle leggi. Ma il tessuto connettivo su cui poggia questa interpretazione è rappresentato da Isacco, con i suoi chiaroscuri, con il suo apparire e scomparire dalla narrazione. La sua nascita, il suo mancato sacrificio, il suo matrimonio, tutto contribuisce a renderlo apparente vittima degli avvenimenti e mai protagonista. Per quello che fa e per quello che dice e che dirà nella prossima Parashà appare invece come il custode e l’interprete della saggezza femminile, tanto da poter essere definito come il primo ed il solo “patriarca matriarcale” della nostra storia. Lui semina in un solo campo, che fuor di metafora vuol dire che ama e sposa una sola donna, dalla quale ha solo due figli e per di più nati da uno stesso parto, gemelli “eterozigoti” e diversissimi tra loro. Ama la campagna ed è la perfetta incarnazione di quello che i greci definirebbero “la nostalgia” della stanzialità, un anelito sempre inespresso per l’Ebreo errante nel corso della sua storia millenaria e che spiega, almeno in parte, la pervicacia del permanere oggi sulla “Terra d’Israele”. Isacco è figlio di un uomo che ha lasciato la sua terra per correre un’avventura incontro all’ignoto ed è padre di due uomini che andranno sempre migrando e abbandoneranno più volte la terra di Canaan, lui è il solo a non lasciare mai Erez Israèl. Lega sua madre e sua moglie in un contesto di sentimenti che incarnano non tanto nelle due donne, ma in lui quello stereotipo femminile, che più tardi verrà definito la “ydish mome” (la mamma ebrea, nel dialetto ydish degli Ebrei dell’Est), sempre presente e sempre attenta anche alle variazioni degli umori dei figli. Isacco “ama” sua moglie nella tenda di sua madre e solo così “si consola” della perdita di quest’ultima: la tenda sembra rappresentare quasi il grembo materno che forse Isacco idealmente non ha mai abbandonato! Continua, perciò, a rappresentare e ad incarnare sentimenti più femminili che maschili. Sappiamo che tra i suoi due figli predilige Esaù, il più virile dei due, quello che caccia le prede e caccia le donne, senza curarsi di altro: non studia, non legge, non cucina, non si ferma mai, proprio l’esatto contrario di suo padre! E questa essenza femminile domina tutte le letture di questi due Sabati ed emerge soprattutto nelle Haftaròth. Nella prima c’è la vedova che va dal Profeta Eliscià (Eliseo) per pregarlo di salvare i suoi figli dalla schiavitù ed è tanto decisa da ottenere il miracolo. La seconda, la sciunamita, offre ospitalità allo stesso Profeta, trattandolo con tutti gli onori senza chiedere mai niente in cambio ed è Eliscà a chiedere in modo autonomo a D-o di farle avere un figlio; questo figlio, forse preso da una crisi cardiaca od epilettica (causa ignota a quei tempi) apparentemente morirà. A questo punto lei affronta da sola un viaggio per andare dal Profeta a dire di non aver chiesto niente e proprio per questo di sentirsi doppiamente punita. Questo duro atteggiamento induce il Profeta a cercare una riparazione a questa tragedia ed a chiedere il ritorno in vita del ragazzo che la donna, poi, a conferma della fermezza dei suoi intenti e delle sue parole, consacrerà al servizio di D-o e di Eliscià. Anche nell’Haftarà che accompagna la Parashà di Chajè Sarà la figura dominante è quella di Bat Shèva, l’ultima moglie di Davìd e madre del Re Scelomò (Salomone). Sappiamo dell’ambiguità dei comportamenti di Davìd, a cominciare dall’amicizia con Jonatàn ed ai rapporti diretti con il Re Saul e conosciamo, per diretta testimonianza dal libro dei Re, che Davìd non è stato in grado di avere una vera famiglia e di allevare in essa l’amore dei figli: il primogenito, Amòn, muore senza onore né gloria ed il secondo, Avscialòm (Assalonne) gli muove guerra per strappargli il trono, perdendo la vita in una battaglia cruenta, quanto inutile, alleato di principi Cananei, che di sicuro lo avrebbero spodestato in un battibaleno, data la manifesta inferiorità militare di Avscialòm. Il terzogenito, Adonijà, protagonista di questa Haftarà trama a palazzo facendo leva sulla vecchiaia di suo padre e sulla sua incapacità a reagire. Gli strappa le insegne, gli uccide le guardie più fedeli e si insedia nella sala dei banchetti rituali per proclamarsi re! Ma non fa i conti con la forza di Bat Scèva che affronta il Re Davìd per ricordargli che sta mancando al volere di D-o, che ha deciso che il Re sarà il saggio Salomone. Così Davìd, quasi dal letto di morte, ordina al Sommo Sacerdote di ungere e proclamare Re il suo quartogenito Scelomò. Bat Scèva sa che potrebbe essere messa a morte per la sua sfrontatezza, ma corre il rischio, forte della sua Fede e della sua buonafede: per l’Ebreo la parola data conta più della vita! Ricordiamo che Kippùr inizia con il canto “Kol Nidrè (o Kol Nedarìm)” che significa “ogni voto, ogni promessa, ogni parola data ….. e non mantenuta …”; con questo canto si chiede a D-o di annullare gli effetti negativi di promesse o voti fatti e non mantenuti, magari per semplice dimenticanza! Kippùr è una festa fondamentale del nostro calendario liturgico ed è una delle ricorrenze da festeggiare in famiglia, dove la figura della madre e della moglie assume l’importanza massima. La tavola apparecchiata è il simbolo dell’unità familiare, è raccogliersi intorno ai simboli, è ciò che ci fa capire come l’osservanza dell’accensione delle candele dello Shabbàt vale tutte le altre Mizvòt, dalle quali la donna è esentata. Così sembrano scomparire tutte le ambiguità e le leggende sulla sottomissione della donna nell’Ebraismo: queste letture devono far prendere coscienza a tutti che la famiglia costituisce le fondamenta della tribù e questa del popolo ed in quest’ottica la parità dei diritti e dei doveri per noi appare acquisita da millenni. Consideriamo che senza il gesto imperioso di Bat Scèva Salomone non sarebbe stato Re e senza Salomone non ci sarebbe stato il Bet a Mikdàsh! * * * Marco Del Monte |