Marco Del Monte Shabbàt 18 Kislew 5770 (5 dicembre 2009) Vaishlàch – Il Profeta Oscèa o “l’educazione dei fanciulli” - * * * Alla Parashà di Vaishlàch vengono associate due Haftaròt, una tratta dall’opera di Obadià (letta dai Sefarditi e dagli Italiani) ed una da quella di Oscèa (letta nel minàg ashkenazìta). Per l’odierno commento, ho scelto la seconda per i motivi che di seguito cercherò di illustrare, partendo dai contenuti della Parashà, che, per la verità, è ricca di episodi non tutti gratificanti e che comunque peseranno sul futuro assetto del popolo d’Israele. Mi riferisco, in particolare, alla strage degli uomini di Sichèm, che – innamoratosi di Dina, unica figlia femmina di Jaakòv - ne aveva violato la verginità, chiedendo poi di sposarla. È un episodio non felice, in quanto la strage avviene dopo la circoncisione di tutti i maschi di quel popolo, ottenuta come fosse la firma di un patto tra quel popolo e Jaakòv stesso. Gli autori materiali del gesto sono Simeone e Levi, entrambi condannati a non avere “retaggio” né terra presso il popolo d’Israele. Il primo scompare addirittura dalle benedizioni di Moscè dopo che un suo discendente Tzmrì, ben Salù, si macchia della profanazione del Tabernacolo fornicando con Cozbì, principessa midianita. Il secondo si riscatta dopo l’episodio del vitello d’oro e della rivolta di Qòrach, ma deve dedicarsi esclusivamente alla difesa dell’Arca Santa e poi del Bet a Mikdàsh, senza terra e senza possedimenti. La storia che interessa Obadià è però rivolta all’eterno contrasto tra ‘Esav e Jaakòv, contrasto dimenticato dal primo e ripreso dai suoi discendenti, in tutte le circostanze e in tutte le epoche e che non si è mai placato (vedi commento alla Parashà di Toledòt). Nell’enumerare le molte tribù che discendono da ‘Esav, la Torà fa i nomi di Amalèc e Omàr. Del primo sappiamo molte cose, anche che dà origine ad Amàn e come “persiano” (iraniano dei nostri giorni) fa pensare anche all’odierno Ahmadinejàd, che sembra proprio riprenderne odii e rancori; il secondo viene già alla luce all’epoca del Califfato Islamico e con questo nome figura uno dei conquistatori di Gerusalemme che costruisce la famosa moschea sulle rovine del secondo Bet a Mikdàsh. Questa moschea è ancora lì ed impedisce qualsiasi ipotesi di ricostruzione pacifica del terzo Tempio, fino a che non verrà il Mashiach con la sua parola di Fede Unica. Tornando alla scelta principale, vediamo come Oscèa si scagli con tutte le sue forze contro Efraim che tradisce i suoi fratelli. Ad onor del vero, subito dopo la morte di Salomone, Efraim guida una rivolta portandosi a Samaria sei tribù e lasciando nel Regno di Jeudà le sole tribù di Beniamino e dello stesso Jeudà. La storia più accreditata dice che le tribù che lasciarono “Gerusalemme” erano dieci, ma in effetti c’è da ricordare che Reuvèn era già stanziato al di là del Giordano e che già dall’epoca di Debora e Baràc non partecipava a nessuna attività insieme ai propri fratelli, men che meno a guerre di difesa o di nuove conquiste. L’altra tribù, per così dire assente, era quella di Manasse, già divisa all’epoca dell’entrata in Erez; una prima metà era rimasta con Reuvèn, l’altra metà si era presto diluita tra Jeudà ed Ascèr, sicché lo scisma contava effettivamente sette tribù, compresa quella di Efraim. Cerchiamo di capire, a questo punto, il perché delle parole di Oscèa nei riguardi di questa tribù, sottolinenando anche che era la tribù adottata dallo stesso Moscè (che lascia il comando a Jeoshua, appartenente a questa tribù) ed era anche la tribù del più grande dei Profeti Anteriori, Scemuèl. Efraim è il più turbolento, il più prolifico, il più restìo alle regole dell’ebraismo e quello che impone ai suoi fratelli la costruzione di un Tempio in Samaria e che vi introduce per primo i riti pagani. Non riuscivo a trovare un nesso logico in tutto questo, fino a che non ho ripensato al perché io stesso sia tornato dopo molti anni a recitare Parashòt ed Haftaròt, tornando a quello che facevo nella mia fanciullezza. Per vicende familiari avevo imparato a leggere e a scrivere ben prima di andare alle elementari: mio padre aveva sperimentato con me il “metodo globale”, quando alla mia epoca (sono nato nel 1947) si facevano ancora asticelle e tondini e quando insegnare ad un bambino un’altra lingua voleva dire spremere inutilmente le sue meningi! L’ebraico fu la mia salvezza perché invece a sei anni si è come un campo da coltivare e più piante ci metti e più prodotti ottieni, sicché i miei studi proseguivano molto in fretta su questo terreno fertile. Mi trovai, così, ad essere il primo aiutante di Rav Laras, quando lui assunse la carica di Rabbino Capo della Comunità di Ancona, dove noi ci eravamo trasferiti a causa del lavoro di mio padre. Sicché, tutto quello che riesco a fare oggi affonda nelle mie antiche reminescenze. Ed ecco il parallelo con Efraim e con la sua “idolatria”: sappiamo che era nato in Egitto, da madre egiziana, figlia per di più di un Sommo Sacerdote del Dio “Sole”, era sempre stato più forte del fratello (pur essendo il secondogenito) e, probabilmente, con orgoglio accompagnava suo padre vicerè in cerimonie regali e feste liturgiche. Aveva, perciò, dentro di sé la libertà del principe, con tutti i suoi limiti ed i suoi difetti: aveva dentro i riti dell’Egitto e rispettava perciò solo l’autorità dei forti: Moscè, Jeoshua, Scemuèl, Davìd e Salomone lo tengono a freno, ma, dopo, la sua “rabbia” repressa (anzi compressa) esplode in tutta la sua violenza e quei riti lontani e mai sopiti tornano alla luce con quella potenza che anche Oscèa teme e rimprovera. Oscèa assiste ad uno dei tanti assedi portati a Gerusalemme dal Regno di Israele, sempre guidato da un discendente di Efraim, almeno in tali nefaste circostanze. È logico che alla fine dell’Haftarà si appelli ad una saggezza che ad Efraim è sempre mancata: “le vie del S-gn-re sono rette, il saggio vi camminerà, il malvagio vi inciamperà!” La malvagità è qui intesa, appunto, come mancanza di saggezza o, come direbbero i latini, come mancanza di “pietà religiosa”. Certamente, quanto esposto sin qui, può apparire un po’ azzardato, ma a queste considerazioni induce proprio la violenza delle parole che Oscèa - Profeta mite ed incline a comprendere anche i comportamenti più trasgressivi, sia della propria moglie che dei propri figli – rivolge ad Efraim, incolpato senza mezzi termini di avere introdotto i riti pagani in Samaria, quei riti che il “capostipite” di questa tribù aveva certo assimilato nella sua infanzia e che aveva trasmesso ai suoi discendenti quasi per via “genetica”. Per andare anche al positivo di questo personaggio prendiamo le figure più rappresentative: Jeoshua e Scemuèl, ricordando anche che è storicamente provato che più della metà della tribù di Efraim abbandona per prima l’Egitto andando incontro ad uno sterminio, probabilmente ad opera di quei popoli cananei che successivamente diventeranno dei fieri ostacoli alla conquista della Terra Promessa. Jeoshua è forte e coraggioso già di per sé e proprio per questo è stato scelto da Moscè a sostituirlo, usa il comando come quello scettro che il suo avo aveva visto usare a Josèf e che avrà tenuto in mano da bambino chissà quante volte, sognando di diventare come suo padre! Scemuèl è forte nella Fede e determinato nelle sue decisioni: unge e consacra i re (Saul e Davìd) ma è pronto a strappare loro di dosso il Regno, come si fa con un mantello vecchio, uccidendo di sua mano il re degli Amaleciti vinti: senza tentennamenti e senza rimpianti, anche lui portando in cuore la determinazione dell’avo, la cui voglia di rivincita viene per aver dovuto affrontare quattrocento anni di schiavitù, al posto del comando del vicerè! L’infanzia resta dentro di noi per tutta la vita, anche se a volte tendiamo ad insabbiare le nostre esperienze con altre esperienze e con altre sensazioni: le parole dei padri molto spesso riaffiorano solo quando il loro specchio è infranto o sbiadito. * * * Marco Del Monte |