Marco Del Monte Shabbàt 9 Tevet 5770 (26 dicembre 2009) - Shabbàt 16 Tevet 5770 (2 gennaio 2010) –– Vaigash e Vaychì – Giuseppe, i suoi fratelli e il difficile ruolo di Jaakòv “patriarca e padre” - * * * Queste due ultime Parashòt (Vaigash e Vaychì) che chiudono il libro di Bereshìt, sono tra le più drammatiche dal punto di vista umano. Abbiamo visto e commentato già i rapporti che coinvolgono i dodici figli di Jaakòv, ma in questi due ultimi brani il “pathòs” si fa palpabile. I fatti vengono narrati così come si svolgono e, a prima vista, non c’è nulla che ci aiuti a capire il comportamento di Giuseppe nei confronti dei suoi fratelli e perché si accanisca contro suo padre, al quale sembra serbare un rancore duro e inspiegabile, anche dopo vent’anni dall’episodio della sua vendita, della quale apparentemente lui non è affatto responsabile. Non per niente attorno a queste Parashòt sono stati scritti commenti e Midrashìm che cercano di spiegare e di capire, sempre giustificando ora l’uno ora l’altro dei protagonisti. Da Jeudà, che è stato l’ideatore e il maggior artefice del “misfatto” nascerà il Mashiach e, quindi, per lui si cercano giustificazioni e motivazioni. In Vaigash, che sembra a prima vista una favola a lieto fine, c’è la conclusione delle vicende note già dalle Parashòt precedenti: Jaakòv scende in Egitto, ritrova suo figlio Giuseppe, lo abbraccia e lo perdona e ne riceve il perdono a sua volta; Jeudà sembra riscattarsi offrendo la sua vita al posto di quella di Beniamino, tutti i fratelli abbracciano Giuseppe, che piange e “concede” loro perdono e benessere, sottolineando, però, nei suoi comportamenti la veridicità del sogno dei covoni che provocò l’ira dei fratelli e tutte le vicende successive. Alla vendita erano stati certamente e materialmente estranei Jaakòv e Beniamino, verso i quali invece si incentra l’astio di Giuseppe. Tutto a posto, dunque? La risposta è negativa perché nei secoli successivi la storia dice altro e le Haftaròt, che non a caso sono state poste accanto alle due Parashòt, contribuiscono a spiegare e a chiarirne i motivi. La prima è un passo di Ezechiele, la seconda un brano dei Re. Ezechiele “sente” che D-o gli ordina di materializzare l’auspicata unione tra Jeudà ed Efraim (che ha preso il posto di suo padre Giuseppe), unendo due pezzi di legno con su scritti i loro nomi, legandoli insieme fino a fonderli di nuovo. Il Profeta è una delle vittime della lotta tra il Regno di Israele (Efraim) e il Regno di Jeudà, essendo un discendente dei deportati dagli Assiri (alleati di Efraim) in una delle tante guerre fratricide combattute dalla morte di Salomone in poi: vuole perciò dimostrare la necessità di riavere un Regno unico, con la nuova unione dei due fratelli. La storia dice che il Regno unico (superstite, per meglio dire) sarà quello di Jeudà, perché Efraim scompare inghiottito dai suoi stessi alleati: il fratricidio, evitato con la vendita di Giuseppe, è così perpetrato ed eseguito per mano di terzi, ma Ezechiele non lo sa! Nella Parashà di Vaychì c’è il commiato di Jaakòv e le benedizioni impartite ai figli, per ognuno dei quali viene tracciato un profilo e un futuro. Alcuni Midrashìm dicono che Jaakòv esita nel dare queste benedizioni, come se non si fidasse dei suoi figli e quasi cercando tra essi chi non merita la benedizione. Sappiamo che ne ha ben d’onde: Reuvèn lo tradisce con Bilà, Efraim farà la guerra a Jeudà, creando, come detto, il Regno d’Israele e Beniamino farà pure la sua gran parte negativa! L’Haftarà di Vaychì ci spiega, in particolare, la perplessità di Jaakòv nei riguardi proprio di Beniamino. In questo brano del libro dei Re, c’è il commiato di Davìd morente e le ultime disposizioni che questi dà a suo figlio Salomone, ormai designato a succedergli. Tra le tante cose che Davìd dice c’è il ricordo delle malefatte dei discendenti di “Beniamino” nei suoi confronti e la reiterata messa in guardia dai componenti di questa tribù! Saul, suo predecessore, è della tribù di Beniamino e perseguita Davìd in ogni modo (vedi Haftarà di erev rosh hodesh), il generale Joav (nipote di Davìd, perché figlio di sua sorella Tserujà) per discendenza paterna, è della stessa tribù e uccide a tradimento due fedelissimi di Davìd, Avnèr figlio di Ner e ‘Amasà figlio di Jèther, oltre a fornire aiuto al figlio Avscialòm nella guerra condotta contro lo stesso Davìd (il figlio contro il padre). Jaakòv ha benedetto Beniamino definendolo un “lupo feroce che assale le sue vittime alle spalle, mangiando le loro spoglie a sera”, come dire che è capace di serbare rancore e di consumare le sue vendette “a freddo”: questa frase, insieme al passo dei Re, dice che la perplessità di Jaakòv era certamente diretta contro il figlio prediletto Beniamino; l’esitazione è motivata dall’incredulità che un figlio tanto amato possa recare dolore a suo padre! Invece sono i due figli di Rachèl, l’amata Rachèl, quelli che feriscono maggiormente il cuore del vecchio patriarca Jaakòv-Israele! Come mai? Dove ha mancato Jaakòv come padre? Questi interrogativi molto spesso ce li poniamo anche noi nella vita di tutti i giorni, uomini normali e lontani dalla storia dimentichiamo spesso che la Storia è fatta da uomini che nel quotidiano affrontano la vita e i suoi problemi come gli altri. Anche i sacerdoti, i re e i patriarchi erano uomini, magari speciali, ma fatti di pensieri e corpo, come ognuno di noi. L’amore per Rachèl è sempre stato ostentato da Jaakòv e sappiamo che Lea aveva gli occhi spenti e sempre abbassati, forse per questo motivo! Nella seconda parte della Parashà di Acharè Moth, che si legge a Minchà di Kippùr, è scritto che non ci si deve “unire” con una donna e con sua sorella e forse questo divieto prende spunto proprio dalle vicende di Jaakòv! Queste sue unioni, che hanno dato vita alle dodici tribù d’Israele, erano forse inficiate da questa rivalità tra sorelle, impedita poi dalla Legge di Mosè, rivalità che si è trasmessa ai figli e ai figli dei figli, per intere generazioni. Jaakòv ha trasportato l’amore per Rachèl sui figli di lei, amandoli più degli altri: ricordiamo che quando va ad incontrare ‘Esav, temendo lo scontro, Jaakòv manda avanti prima Zilpà e Bilà con i loro figli, dopo Lea con i suoi figli e per ultimi Rachèl con Giuseppe (Beniamino non era ancora nato). Una dimostrazione palese del diverso peso dell’affetto paterno! Ma, evidentemente, i figli più amati hanno subito questa “predilezione” che li ha emarginati dal resto della famiglia e Giuseppe ha fatto di questo “amore paterno” nei suoi confronti la causa delle sue disgrazie giovanili e dei suoi lunghi anni di prigionia e questo può spiegare la sua durezza, il suo rancore e la sua determinazione a provare a dimenticare suo padre! Giuseppe è così cresciuto assimilando altri riti ed altre usanze, custodendo dentro di sé solo gli insegnamenti avuti nella fanciullezza e in giovanissima età, ma i suoi figli – Efraim, in particolare - sono cresciuti assistendo ai riti del dio Sole egiziano, di cui il nonno materno (padre di Asenat, moglie egiziana di Giuseppe) era sacerdote. Questo spiega l’inclinazione all’idolatria che la tribù di Efraim ha sempre mostrato ed anche qui si vede come gli insegnamenti paterni e l’appartenenza ad un popolo diverso non abbiano avuto, nei secoli a venire, una grande importanza! Di Beniamino si sa poco, ma alcuni storici dicono che ha dato vita ad una tribù molto particolare e sempre sottomessa alla tribù di Jeudà (con l’eccezione del Re Saul, che si è rivelato, comunque, un episodio), verso cui però ha sempre serbato rancori inespressi e dei quali fa fede proprio l’Haftarà di Vaychì. Il rapporto di Beniamino con suo padre probabilmente è stato quello del figlio viziato, forse affidato alle cure di Bilà (essendo Rachèl morta di parto), che aveva già tradito Jaakòv col primogenito Reuvèn. Insomma, Jaakòv, oltre ad essere il nostro capostipite Israèl, offre una serie di spunti e di esempi che possono aiutarci, come genitori, a non ripetere gli errori che si fanno nella vita di ogni giorno nei riguardi dei nostri figli e a dar loro un affetto più equanime, per cercare di limitare il più possibile l’insorgere di quei fenomeni di gelosìa tra fratelli che hanno portato alla divisione dei regni e alla scomparsa di ben dieci tribù, assai prima della prima caduta di Gerusalemme e della distruzione del primo Bet a Mikdàsh. * * * Marco Del Monte |