Marco Del Monte Shabbàt 4 Kislew 5770 (21 novembre 2009) Toledot Il Profeta Malachì e le risoluzioni dell’ONU * * * Nell’anno 1947, l’Assemblea Generale dell’ONU adotta la risoluzione n° 181, con la quale prevede che la Palestina sia divisa in due stati, uno arabo ed uno ebraico. Da quella data ad oggi si sono succedute guerre ed intifade, attentati e reazioni con migliaia di morti e feriti da entrambe le parti in conflitto, talmente tanti lutti da farci spesso dimenticare l’importanza delle parole dei Profeti che hanno immaginato tutto ciò più di duemila anni prima! Anni addietro ho letto un libro di Michael Drosnin, intitolato “Codice Genesi”, il cui sottotitolo richiama quanto emerge dall’odierna lettura di Malachì: “Dal libro dei libri la luce sulla storia e il futuro dell’uomo”. In questo libro l’autore narra di come ha avvertito Rabin dell’attentato di cui sarebbe stato vittima, sostenendo che nel libro di Bereshìt, l’unica riga verticale in cui si legge per intero il nome di Itzchak Rabin è attraversata da una riga orizzontale dove si rinviene l’espressione “assassino che ucciderà”. Cominciamo, quindi, dalla Parashà in cui leggiamo della vendita della primogenitura per un piatto di lenticchie, una vicenda ormai entrata nell’immaginario collettivo come il paradigma della svendita di un ideale: ti sei venduto per un piatto di lenticchie è la frase che è divenuta la spiegazione di se stessa. Ma ‘Esav (Esaù) all’improvviso si rende conto di aver fatto una cosa grave! Abbiamo visto il rispetto che ha per suo padre e questo rispetto lo induce a riflettere su una cosa sulla quale non aveva mai posto attenzione e a pensare che il padre ci tiene a dare una benedizione particolare al primogenito, cioè a lui, Esaù. Ecco che gli ritorna in mente il gesto sconsiderato con il quale l’ha ceduta al fratello e quel gesto, allora senza importanza, gli ritorna addosso come un macigno! La prima autogiustificazione che gli potrebbe essere venuta alla mente sarà stata quella di addebitare alla scaltrezza del fratello il gesto stesso. Esaù tornava dalla caccia, era stanco e a tutto poteva pensare meno che alla trappola che il fratello gli stava preparando; ma Esaù era anche magnanimo nella sua impulsività e, quindi, nel momento che il padre – ignaro dello scambio - lo chiama per annunciargli la benedizione ha di certo pensato che anche Jaakòv si sarebbe uniformato alla volontà di Isacco. Ma per Jaakòv è diverso, perché alla primogenitura va annessa l’importanza massima ed il fatto che ‘Esav l’abbia svenduta è un rafforzativo del diritto acquisito da Jaakòv: la lotta tra i due fratelli è cominciata già nel grembo materno e un infinito numero di Midrashìm ci illustra e ci spiega ogni risvolto della storia! Trovarsi al ritorno a cose fatte, accresce la rabbia di Esaù fino al parossismo, fino ad intimare al padre di dare anche a lui una benedizione consona a un rango al quale tiene per la prima ed unica volta della sua vita. Le benedizioni che Isacco impartisce ai suoi figli complicano il quadro in modo esasperato: leggendole con attenzione vediamo che ogni parola, sia dedicata all’uno che all’altro, assume un significato ambiguo e di doppia lettura. A Jaakòv viene assicurato ogni bene, ma non gli vengono lesinate difficoltà, mentre ad Esaù viene assicurata la dolce rugiada sui monti in suo possesso, quasi a significare che non dovrà curarsi di irrigare i suoi campi: la rugiada è l’umidità che disseta le prede del cacciatore ed Esaù non dovrà faticare ad avere animali ingrassati da cacciare, ma poi gli viene detto che sarà soggiogato al figlio di suo madre, ovvero al suo unico fratello, dal quale si libererà solo quando il giogo si farà tanto pesante da farlo gemere e urlare. La storia dei due in vita dice altro: infatti Esaù rispetterà tutti i giorni del lutto di suo padre, rimandando sempre la vendetta contro il fratello; il tempo che trascorre dall’effettiva morte di Isacco ed il lungo periodo di lutto faranno sì che nel suo animo primitivo questo desiderio di vendetta diminuisca fino all’oblìo. Per di più, quando Esaù apprende che la madre chiederà a Giacobbe di andare a prendere moglie tra le figlie di suo fratello Labano, lui andrà a prendere moglie tra le figlie del fratello di suo padre: dopo aver sposato una filistea, sposerà una un’ismaelita e questo perché pensa di far piacere a suo padre! Ma che c’entra tutto questo con la nascita dello Stato d’Israele? Malachì, il Profeta dell’odierna Haftarà, è convinto che tra i discendenti di ‘Esav e quelli di Jaakòv, diventato nel frattempo Israele, la lotta interrotta dai padri riprende e si alimenta di un vigore sempre nuovo. Malachì arriva a scrivere che anche Nabuccodonosòr è discendente di Edòm, il rosso (altro nome col quale viene designato Esaù, rosso di capelli e rosso per aver mangiato le rosse lenticchie del piatto famoso). Col nome di Edòm sono designati anche i Romani di Tito e sia ‘Esav che Edòm sono diventati per gli Ebrei il simbolo del nemico. Per di più il termine Filisteo è la traduzione dell’ebraico antico “falastìn” o “falastìm” o “filistìn” e da questo termine deriva il nome della terra di Palestina (Falastìn, terra dei Filistei). Dal libro dei Giudici e dai due libri dei Re si apprende che questo popolo è stato sempre il più fiero oppositore degli Ebrei, sia nella conquista della Terra che nel suo mantenimento. I Filistei, come gli Ebrei, non sono autoctoni: i primi vengono dal mare ed occupano parte della Terra di Canaan quasi contemporaneamente ad Avraàm che viene da Ur: un popolo da Occidente ed uno da Oriente a scontrarsi su una terra all’epoca pingue e poco guerriera. I Filistei che sono la causa della morte di Sansone, che sconfiggono più volte Saul e gli sottraggono addirittura l’Arca Santa, come abbiamo visto, sono imparentati con ‘Esàv. Tornando all’Haftarà, Malachì ricorda tutte le guerre che i figli di Edòm muovono ai figli d’Israel, il che fa pensare che la quiete del capostipite si sia presto tramutata nell’odio perenne dei suoi discendenti: una guerra senza fine, cui l’ONU ha dato il suo contributo e non ha saputo più opporsi in maniera definitiva. Nella risoluzione n° 181 / 1947 si legge, infatti, che la Palestina (la terra dei Filistei) viene divisa per essere assegnata in parte agli Ebrei (ovvero ai figli d’Israel). I confini incerti che non hanno tenuto e non tengono conto della reale distribuzione dei due popoli sul terreno hanno alimentato le fiamme di una divisione preconizzata da Malachì, che ricorda la pira sulla quale vennero posti Eteocle e Polinice, figli del re di Tebe Edìpo. I due principi si uccidono a vicenda nel duello per la conquista di un solo trono: dopo la morte vengono deposti sulla stessa pira, perché il fuoco che divorerà i loro corpi li accomuni almeno nell’aldilà: ma le fiamme si dividono e divorano il cielo in due orizzonti separati, uno a Occidente e uno a Oriente, come le lontane origini dei Filistei e dei figli d’Israele. C’è molto da meditare sulle nostre letture! Sembra che la Storia che inizia con Bereshìt non abbia fine e Profeti come Malachì intravedono soltanto la venuta del nuovo Mashiàch a determinare la fine di queste infinite lotte fratricide! * * * Marco Del Monte |