Marco Del Monte Shabbàt 6 Cheshvàn 5770 (24 ottobre 2009) –– Noach - * * * Questa Parashà inizia narrando le vicende di Noè, del diluvio universale e dell’Arca, con la quale è stata salvata l’umanità in quanto tale, tutti gli animali e le piante che ripopoleranno la terra e si chiude con la torre di Babele, con la cui mancata costruzione si chiude questa parentesi della preistoria dell’umanità tutta ed ebraica in particolare. La Creazione, così tanto voluta da D-o, che aveva coronato l’impresa con il Giorno di Riposo, dopo aver dato vita all’umanità, rischia di concludersi nel modo peggiore con una distruzione totale e senza appello. Vediamo una contrapposizione che ritroveremo spesso nel corso di tutta la storia dell’umanità: una moltitudine di persone che corre dietro ad usi e costumi corrotti, frutto del cattivo uso della conoscenza ed un saggio o un puro (cioè uno Zadìk) che da solo è sufficiente a D-o per cambiare un verdetto di morte in una sentenza di vita. In questa Parashà l’uomo è travolto da un oceano di passioni e di cattive usanze ed è per questo che D-o decide di farlo travolgere da un diluvio di proporzioni universali. Ma, a causa della purezza di Noè, il Signore vuole riprovare proprio con la discendenza di questi, con la promessa “non maledirò più la terra a causa dell’uomo, poiché il pensiero dell’uomo tende al male fin dalla fanciullezza, né più colpirò i viventi come ho fatto!”. La Parashà di Noàch è accompagnata dalla stessa Haftarà che i Sefarditi leggono con la Parashà di Ki – Tetsé (sesta di Devarìm), nel periodo che parte dal 9 di Av (che ricorda la distruzione dei due Templi di Gerusalemme) e che viene definito come il ciclo “della consolazione”. In essa non si parla di alcun diluvio ed anzi si inizia con un richiamo ad una donna sterile che vedrà presto esaudito il desiderio di avere figli, perché avrà abbandonato i suoi comportamenti trasgressivi. Il richiamo al diluvio è perciò una pura metafora. L’accostamento alla sterilità, all’impossibilità della discendenza, fa pensare alla fine della specie umana, come una distruzione individuale che può farsi universale e di fronte a questo dolore, il breve attimo di abbandono cessa e “con favore eterno avrò pietà di te”, scrive Isaia. * * * Tutto quanto riassunto fin qui, fa riflettere a ciò che ancora accade ai giorni nostri, in questo nostro mondo globalizzato e “preda” di internet, di telefonini, di video più o meno rubati un mondo in cui tutti possiamo essere complici, artefici o semplicemente vittime sia dei nostri stessi comportamenti che di quelli degli altri e non ci rendiamo conto che le nostre azioni spesso sono causa di sofferenze subite o provocate. Questa è l’era in cui l’intelletto umano sembra prevalere su tutto, siamo stati capaci di inventare la bomba atomica, i microchip, di clonare gli esseri viventi, però mano a mano che procediamo su queste vie che sembrano facili e di immediato dominio, perdiamo il senso della realtà e i nostri valori e le nostre radici finiscono per non avere più alcun significato. Se teniamo presente quanto si legge in questo Shabbàt, possiamo cercare, invece, di scoprire come alcune delle cose del nostro mondo ipertecnologico fossero già scritte, perché già erano nel nostro DNA di “supereroi”. Se mettiamo in fila tutti gli anni delle vite dei predecessori di Noach superiamo abbondantemente i cinquemila anni, che sono nulla in confronto all’eternità. E in questo breve periodo gli uomini usano talmente male la ragione e commettono tante e tali iniquità da convincere D-o a distruggere tutto quanto aveva creato. Dopo il diluvio e salvato Noach, D-o promette che mai più avrebbe sterminato l’umanità, ma, … c’è un ma, legato proprio al libero arbitrio e alla capacità di intendere e di volere che l’uomo si è preso mangiando il “frutto proibito”. Tutto ciò lo constatiamo anche noi giorno per giorno: non c’è scoperta scientifica, né applicazione medica che non sia legata al desiderio di sterminare qualche popolo nostro nemico: alla fine giungeremo a sterminare l’intera umanità, provvedendo da soli! Ancora una volta, la lettura dell’Haftarà insieme alla Parashà offre interessanti occasioni per confrontare quei lontani avvenimenti con la vita attuale. L’Haftarà, come detto, ci riporta alla distruzione dei due Templi di Gerusalemme, che viene comparata con le acque di Noè. Questa distruzione è così grave per il profeta Isaia, da essere paragonata proprio al diluvio universale, che ha annientato l’umanità che già aveva messo del suo con la perdita della propria coscienza, più o meno come stiamo facendo ora con le scorie nucleari, con i naufragi delle petroliere e con tutto quello che degrada e distrugge l’ambiente oltre alla morale che è in via di disfacimento, così come la tolleranza sociale. Abbiamo anche visto che alla fine della Parashà di Noach si parla della Torre della città di Babele, città florida e prospera, centro di commerci e di cultura, dove si avevano comuni interessi e si parlava una sola lingua. Gli abitanti di quella città decidono di innalzare una torre alta tanto da bucare il Cielo, per arrivare a D-o: l’arroganza ai massimi sistemi, impedita poi dalla confusione delle lingue provocata da D-o che non consente agli uomini di superare questa soglia. Pensiamo che solo qualche “attimo” prima da Noach era uscita una nuova umanità che avrebbe dovuto avere la connotazione del nuovo capostipite, ovvero la sua “pietà”. Ciò che accadeva nella città di Bavel (Babele) è chiaramente simbolico e questa città immaginaria nei secoli successivi può essere paragonata a Babilonia (capitale dell’Impero Babilonese) o Ninive (capitale dell’Assiria) o la stessa Gerusalemme, che al tempo del Re Salomone era un crogiolo di etnìe e religioni. Quel saggio Re intratteneva rapporti commerciali e diplomatici con tutti i paesi circostanti ed anche coi paesi costieri: era buon amico dei re Fenici del Libano, paese nel quale questi ottimi navigatori avevano trovato stabile dimora. Avevano, infatti, buone navi che costruivano con i famosi cedri del Libano ed uno spiccato senso del commercio; erano perciò assai stimati e richiesti dal Re Salomone, tanto che uno dei loro re, Chiràm, fornirà maestranze e materiali per il Tempio di Salomone. A Gerusalemme, dunque, all’epoca del Tempio di Salomone si parlavano molte lingue e si praticavano molte religioni, per le quali il Re aveva anche fatto costruire appositi luoghi di preghiera, oltre ad un porto commerciale sul Mar Rosso, utilizzato principalmente dai Fenici. Alla morte di Salomone restò solo la confusione delle lingue e dei riti, oltre a verificarsi la separazione delle dieci Tribù che dettero vita al Regno di Israele. La storia dice che questo Regno era molto spesso in guerra col Regno di Giuda, arrivando anche a stringere alleanze con quelle popolazioni che Salomone aveva invece accolto nel grembo del suo Regno prospero e pacifico. Gerusalemme, dove la Fede Ebraica languiva ormai quasi nell’oblio, nella trasgressione e nell’arroganza che molti Profeti rimproveravano, poteva dunque essere paragonata anche alla Babele biblica. Per tornare ai nostri giorni, non c’è che l’imbarazzo della scelta per risalire a quei tempi, poiché i comportamenti umani vanno ben oltre le trasgressioni bibliche e la confusione delle lingue si è tradotta in un’Assemblea mondiale dove tutto si fa meno che pensare alla pace tra i popoli. Sappiamo che si dà molta più importanza a tutte le commissioni parallele, che sulla carta si occupano di clima, di commerci, di fame nel mondo, commissioni i cui membri guadagnano tanti soldi che ognuno di loro potrebbe adottare una piccola comunità africana! Non si pensa che l’acqua sta finendo, ed anche questo sembra essere un simbolico avvertimento: l’umanità dei tempi di Noach era stata distrutta dall’acqua, mentre l’umanità futura, per accaparrarsi questo “bene in estinzione” farà forse una nuova guerra, che la Babele dell’ONU non riuscirà ad evitare! * * * Marco Del Monte |