Marco Del Monte Shabbàt 13 Cheshvàn 5770 (31 ottobre 2009) –– Lech Lechà - * * * Questa è la Parashà che dà origine al monoteismo ebraico: Abramo sente l’insufficienza e la falsità degli dei di terracotta, fatti dagli uomini e segue la Voce di D-o, Che gli indica un percorso difficile, arduo e che non avrà termine! Pur consapevole delle difficoltà Abramo lascia la sua terra, la sua gente, il benessere e corre verso un destino nuovo, portando però con sé un nipote che gli procurerà un bel po’ di problemi. Dalla semplice lettura della Torà, anzi, non si capisce proprio perché mai Lòt segua suo zio! Dal contesto appare che la sua posizione sarebbe stata forse migliore, se fosse rimasto; non aveva - e lo dimostra in tutto quello che fa – spirito religioso, né alcuna pietà particolare, né un senso di giustizia. I suoi pastori addirittura ingaggiano delle discussioni con i pastori di suo zio, va a vivere a Sodoma, è disposto a cedere le sue figlie, pur di evitare la violenza dei suoi vicini, rimarrebbe, dunque, nel mistero questa sua fuga da Ur, insieme ad uno zio, che dimostra di essere il suo esatto contrario. Ma appunto in questo, forse risiede la spiegazione di questo strano abbinamento: non si è mai in grado di dimostrare di essere qualcuno se non ci si confronta con un antagonista! In effetti, si dice che Lòt sia lo “jèzer a rà” (lo spirito negativo) di Avrraàm, quello che gli dimostra giorno per giorno tutto ciò che va evitato! Quando Lòt viene fatto prigioniero, se suo zio avesse ragionato nello stesso modo lo avrebbe lasciato in mano ai suoi nemici e invece corre ad aiutarlo e combatte per liberarlo! A parti invertite, cioè, Avraàm sarebbe rimasto prigioniero. Avrraàm è la consolazione del mondo, Lòt la sua disperazione! L’Haftarà, come sempre, ci aiuta. È un brano di Isaia ed appartiene a quella parte dell’opera che definisce il ciclo della “Consolazione”, anzi appartiene proprio allo stesso capitolo dell’Haftarà di Nachamù (brano che si legge il Sabato successivo a Tisha be Av) che lo precede, tanto che le parole finali di questa sono le parole iniziali dell’odierna Haftarà. Tutto lo spirito ed i comportamenti di Lòt sono stati adottati dai discendenti di Avrraàm nella città di Gerusalemme e la mancanza di rispetto dei patti stipulati dal re Tzedekijà con Nabuccodonosòr provocano l’ira di questi e la distruzione della città e del Tempio. Quando si comprendono le conseguenze di questo jèzer a rà è tardi, ma Isaia consola il popolo perché queste distruzioni non avverranno più: è come – nella visione del profeta - se questo spirito malvagio fosse stato distrutto dal re Babilonese! Dopo tanti secoli, constatiamo che non è così! L’attualità del presente ci dimostra ogni giorno che abbiamo più nemici all’interno che non all’esterno e che lo spirito di Lòt sta tornando tra noi. Ho letto un articolo di Angelo Pezzana pubblicato sull’ultimo numero di Shalòm che parla del nuovo vezzo di molti intellettuali ebrei ed israeliani che, pur di trarre un qualche vantaggio personale, scrivono articoli e libri o fanno conferenze contro Israele e contro chi, ebreo o non ebreo, ne prende le difese. È un articolo assai eloquente e doloroso da considerare e lo è ancora di più se pensiamo a quanto scrive Isaia nella prima parte della sua opera, dove parla dell’assedio di Sancherìv a Gerusalemme: un generale assiro chiamato dal re d’Israele per combattere il regno di Giuda! Non c’è che dire: lo spirito di Lòt ora come allora! In questa nostra epoca lo spirito di Avraàm sembra soccombere e neanche riusciamo a comprendere che è stato proprio lui a chiedere a D-o di accrescere le forze di Ismaele: era suo figlio, era giusto che lo facesse! Ma Avraàm non aveva certo considerato che Ismaele non avrebbe seguito le orme paterne, quanto piuttosto quelle del cugino Lòt. Consideriamo, per questo, che la Parashà si conclude con il berìt milà, un patto che anche Ismaele ha portato sulla sua pelle e che voleva essere soprattutto un patto di appartenenza e di condivisione dello stesso destino di suo fratello: invece diviene per la storia a venire un duello continuo volto a stracciare quel patto, esattamente come aveva fatto l’ultimo re di Gerusalemme e come sembrano fare i nostri fratelli che Pezzana denuncia! Come dire: “nulla di nuovo sotto il sole!” è l’amara constatazione che fa lo stesso D-o quando dice che l’uomo è malvagio nel suo cuore, fin dalla fanciullezza! Cosa fare, dunque, come combattere questa doppia battaglia che rischia di farci vivere di nuovo momenti già passati e che ogni volta speriamo non debbano tornare? Isaia ha stabilito due cose: la Terra perduta va portata nel cuore e trasformata nell’osservanza dello Shabbàt in particolare e va fatto di tutto per credere che prima o poi verrà un’era in cui il Mashiach ricostruirà il terzo Beth a Mikdàsh. Tra l’altro, da questo passo di Isaia è tratto il canto “veattà Israèl Avdì” (e tu Israele mio devoto) che si canta per Yom ha Hazma’ut, anniversario della fondazione del nuovo Stato di Israele, che per la storia è appunto il terzo Regno e potrebbe essere l’annuncio della costruzione di quel terzo Beth a Mikdàsh, che non potrà essere soltanto un fatto umano. Non dimentichiamo che sulle rovine del secondo Tempio sorge una moschea, che soltanto se si avverasse l’era messianica potrebbe convivere in pace con il terzo Beth a Mikdàsh. A ciò non contribuiscono certo quegli intellettuali e tutti quelli che ai nostri giorni esercitano invece con tanto vigore lo jèzer a rà di Lòt. Avraàm piange i suoi figli, come Rachèl e l’umanità dimostra ogni giorno che non è pronta per questa nuova era! In questo Shabbàt vediamo, una volta di più, che la storia si ripete le dòr va dòr (di generazione in generazione) sempre con prevalenza di uno spirito fortemente negativo, ma la speranza in uno spirito nuovo resta ancora viva: del resto Isaia dice che basta un piccolo avanzo, un piccolo seme, a far germogliare una nuova pianta pronta ad accogliere la nuova era che ci è stata promessa! * * * Marco Del Monte |