Marco Del Monte Shabbàt 23 Tevet 5770 (9 gennaio 2010) - Shabbàt 1Shevat 5770 (16 gennaio 2010) –– Shemot e Vaerà – Geremia ed Ezechiele e la visita del Papa – 17 gennaio 2010 - * * * Le prime due Parashòt del libro di Shemot (Esodo), Shemot e Vaerà, sono contrassegnate dal mutato rapporto degli Ebrei con le dinastie egiziane: “un nuovo Faraone, che non aveva conosciuto Giuseppe”, così scrive la Torà. Si passa, quindi, dal potere di Giuseppe, descritto nelle ultime Parashòt di Bereshìt, alla schiavitù e alle vessazioni con le quali inizia il libro di Shemòt. Tra queste ultime, più che il fabbricare mattoni per le città dell’impero, c’è l’annuncio della messa a morte di ogni neonato maschio ebreo, che dovrà essere affogato nel Nilo. La storia della salvezza di Mosè è cosa nota a tutti, così come l’amore che la figlia del Faraone gli porta fino alle estreme conseguenze, così come sono altrettanto note le piaghe che si abbattono sull’Egitto, a causa della “durezza del cuore del Faraone”. Storie semplici e che ognuno di noi si porta dietro dai racconti della fanciullezza! Il Seder di Pesach è la nostra Storia e la nostra favola e ognuno di noi ha assimilato questi riti e questi racconti, al punto che spesso si dimentica tutto ciò che c’è dietro ad essi. I Profeti Geremia ed Ezechiele, le cui Haftaròt accompagnano rispettivamente le Parashòt di Shemòt e Vaerà, ci aiutano a capire molto di più e, come vedremo, sono di un’attualità sconvolgente anche per le vicende che stiamo vivendo in queste ore. Al centro delle due letture ci sono i rapporti che il popolo ebraico ha con l’Egitto e con Nabuccodonosòr II. Quest’ultimo aveva in grande considerazione i due profeti, in particolare Ezechiele, che da alcune fonti storiche è addirittura segnalato come uno dei suoi consiglieri e, comunque, come uno di quelli grazie ai quali poteva mantenere relazioni “diplomatiche” con il Regno di Jeudà, all’epoca suo fedele alleato. Alla corte del re Mattanià, che Nabuccodonosòr chiamava Zedekià (Sedecia), in segno del riconoscimento della sua fedeltà, si scontravano però due partiti, uno dei quali filo egiziano ed avverso ai Babilonesi. Geremia viveva a Gerusalemme e cercava in tutti i modi di convincere Zedekià a non ascoltare le “sirene egiziane”, avvertendo il re che ciò avrebbe comportato tristi conseguenze per il Regno di Giuda: nell’Haftarà di Shemòt si parla di una grossa caldaia bollente che da nord si rovescerà su tutti gli abitanti del paese, arrecando un grande male. Nell’immaginazione del Profeta, addirittura viene auspicata la venuta di questo flagello che dovrà colpire per primi gli egiziani e poi i suoi alleati. Ezechiele, dal canto suo, vive in Babilonia e parla del (o forse al) re Nabuccodonosòr, descrivendolo come colui che D-o stesso incarica di infliggere gravi punizioni all’Egitto. La storia dice che il Faraone Psammetico II (personaggio imbelle e che senza la distruzione di Gerusalemme non sarebbe stato mai ricordato) stipula un patto di assistenza militare con il Regno di Giuda, patto che non rispetterà mai. Ezechiele lo definisce “una canna debole che si spezza appena Jeudà gli si appoggia”, ma in realtà questo appoggio ricercato non c’è mai stato, al suo posto l’ira di Nabuccodonosòr che si vede a sua volta tradito e che si vendicherà atrocemente sia con la città di Gerusalemme, sia nei confronti di Zedekià dal quale si sente tradito a livello personale. Il partito filo egiziano ha vinto, trascinando il paese nel baratro. Al di là di tutta la tragedia vissuta in prima persona dai due inascoltati Profeti, c’è la loro amarezza nel constatare che i propri fratelli si dividono sempre, portando avanti ognuno le proprie idee ed offrendo ad amici e nemici un fianco debole, perché indice di un fronte interno che nulla ha a che fare con la democrazia e con la professione di opinioni diverse. C’è da constatare che, purtroppo, queste situazioni nei secoli si sono sempre succedute e sono sempre avvenute, indebolendo una collettività come la nostra, già fortemente penalizzata dal ridotto numero di appartenenti, che, come si può constatare ogni giorno, si divide spesso in dispute e rivalità, anche di fronte ai grandi avvenimenti. Oggi c’è la visita del Papa alla Grande Sinagoga di Roma ed anche qui si va a prendere atto che non tutti gli Ebrei sono favorevoli e si aprono due fronti di pensiero, che trascurano cose assai impèortanti: 1) Roma è considerata dalla Chiesa cattolica la pietra fondamentale della sua fede, esattamente come noi Ebrei consideriamo Gerusalemme, tanto che al primo Pontefice (l’ebreo Simone), viene dato il nome di Pietro; 2) la Comunità Ebraica Romana è la più antica d’Europa (forse del mondo), essendo accertato che una discreta Comunità di Ebrei viveva a Roma ben prima dell’avvento del Pontefice Pietro e probabilmente prima della caduta di Gerusalemme (586 a.e.v.). Le due entità sono, quindi, sempre convissute attraversando momenti e fasi contraddistinte, purtroppo, anche da pessimi rapporti; ma c’è da riflettere sul fatto che la Comunità Ebraica di Roma, proprio per questo “vicinato-antagonista”, vive immersa in una sorta di statuto speciale che non può mai prescindere dal guardare l’altra sponda e di sentirsi, a sua volta, guardata da essa e dal mondo intero che nutre nei nostri confronti sentimenti altalenanti, ma più spesso rivolti al negativo. La Shoà è, d’altro canto, ancora troppo vicina nel tempo per non provocare riflessioni a volte cupe: sopravvivono ancora dei reduci dai “campi” che hanno vissuto sin qui pensando che l’apertura di “quelle porte” potrebbe essere stata determinata, forse, dalla “non apertura” della porta di un convento che avrebbe potuto rappresentare la salvezza del vicino di letto morto, invece, nel lager. In quest’ottica potrebbe rientrare la visione della “canna di Ezechiele”, così come l’altalenante rapporto tra la Comunità e la Chiesa, “Romane” entrambe, potrebbe ricordare l’altalena dei rapporti dell’antico popolo ebraico con l’Egitto: a volte la luce (Giuseppe) a volte il buio (la schiavitù), a volte la stretta di mano (la luce) a volte il ghetto (il buio). Il “partito” contrario alla visita del Papa vede, evidentemente, più il buio che la luce, ma questo i nostri due Grandi non lo volevano di sicuro! Ezechiele, anzi, deve essere letto come il Profeta garante della possibilità del dialogo: nella sua opera mostra modestia e buon senso, si chiama sempre “figlio d’uomo” ed è visto, perciò, dai Cristiani come l’annunciatore della venuta del loro Messìa. Molte figure retoriche usate da Ezechiele sono state trasportate dai Cristiani nei loro testi sacri ed Ezechiele è considerato come uno dei Profeti precursori degli Evangelisti, cui questi succedono sviluppando tutta l’eredità spirituale e religiosa che i Profeti hanno lasciato Perché non vedere, dunque, nella lettura del passo di Ezechiele che abbiamo fatto ieri a Shabbàt un aiuto e un buon presagio per la Comunità di Roma e un’apertura di credito spirituale verso quello che il precedente Pontefice (Giovanni Paolo II) autodefiniva “fratello minore” di un fratello “maggiore” non solo per età, ma per tradizioni ed esperienza, riconoscendo in esso la terra e la radice insieme del suo albero di fede. * * * Marco Del Monte |