Marco Del Monte Shabbàt 25 Kislew 5770 (12 dicembre 2009) - Shabbàt 2 Tevet 5770 (19 dicembre 2009) –– Vayeshev e Miqetz – Chanukkà e la sua attualità - * * * Gli otto giorni di Chanukkà quest’anno sono andati da un Sabato all’altro con la lettura di quattro Parashòt complessivamente, due principali e le altre due tratte dalla Parashà di Nasò (seconda di Bemidbàr). Di solito, invece, c’è un solo Sabato, nel quale si legge una Parashà aggiuntiva, sempre tratta da “Nasò”. Le due Haftaròt di quest’anno sono specifiche di Chanukkà ed hanno sostituito quelle normalmente associate alle Parashòt di Vayeshev e Miqetz. Il brano di Zaccaria, letto nel primo giorno (o solitamente unico Sabato) è il più importante tra i due e parla del nuovo stato dei Coanìm e della figura di Zerubavèl, prefetto persiano di religione ebraica, tornato in patria per ricostruire Gerusalemme. Questa Haftarà è di difficile lettura e si presta ad una serie di interpretazioni, con i suoi simbolismi non sempre facili ad essere percepiti. Si pensi all’introduzione della figura del Satàn, dell’antagonista per eccellenza, sempre contrapposto al Malàch che interpreta tutte le visioni di Zaccaria, tra cui questa di cui parliamo, che è quasi un sogno, nel quale il Profeta vede il Coèn Jeoshua ripulito, purificato e pronto ad accendere di nuovo la Menorà del ricostruito Bet a Mikdàsh. Un sogno che fa pensare alle due Parashòt di Vayeshev e Miqetz, nelle quali i sogni sono l’elemento principale: i sogni di Giuseppe e i sogni che questi interpreta per il coppiere e il panettiere del Faraone e quelli che turbano quest’ultimo: le sette vacche grasse e le sette vacche magre, le sette spighe di grano rigogliose e le sette rinsecchite. Il sogno in sé è inteso sempre dai protagonisti della nostra storia (Giuseppe, Salomone, Zaccarìa, Ezechiele) come il manifestarsi della Volontà divina, della quale sono l’anticipazione o l’annuncio, ma che sempre richiedono una chiave di lettura. Questa riflessione apre una parentesi sull’Haftarà di Miqetz, non letta quest’anno e che narra del sogno fatto da Salomone prima dell’episodio delle due madri che si contendono il bambino sopravvissuto. “Il Re fa un sogno e dopo va ad amministrare la giustizia”, così è scritto, ma di questo sogno non si sa nulla, né sul contenuto, né sul significato; l’unica via consentita per interpretarlo è data dagli avvenimenti che seguono immediatamente il sogno e da ciò che accade subito dopo la morte di Salomone. Il fatto in sé è semplice e riguarda due donne che si contendono un bambino: due donne povere che abitano nella stessa stanza, come capita anche ai giorni nostri ai migranti e ai miseri che lottano tra loro per conquistarsi gli spazi delle nostre periferie. Entrambe hanno partorito di recente ed una ha soffocato il suo bambino, involontariamente, nel sonno agitato di una delle sue tante notti di miseria; l’altra appare più serena, perché dorme e non si accorge che la compagna di sventura sostituisce i bambini, appropriandosi di quello rimasto in vita. Il Re ascolta le due donne e propone la scelta che è ricordata come “salomonica”: il bimbo vivo deve essere diviso in due parti uguali con una spada che renda giustizia: metà all’una e metà all’altra; chi accetterà sarà la falsa madre! E così è: il Re decide, ma nessuno può dire quanto sia stata agitata la sua notte e se il sogno regale abbia riguardato la “creatura del Re stesso” ovvero il Regno di Giuda. La storia dice che Geroboamo (della tribù di Efraim), nominato dallo stesso Salomone sovrintendente alle fortificazioni di Gerusalemme, ancor prima della morte del Re, capeggia una rivolta tesa a staccare dal Regno tutta la parte settentrionale. Scoperto, si rifugia in Egitto, ancora una volta culla delle nostre passioni più oscure e ricorrenti, per tornare subito dopo la morte del Re insediandosi in Samaria come re d’Israele e facendo costruire due templi (uno nel territorio di Dan ed uno a Betèl), nei quali si praticavano anche riti pagani. A Gerusalemme resta quella che i Profeti ritengono la parte pura, depositaria del “germoglio di Davìd” dal quale nascerà il Mashiach. Ecco, dunque, che quanto accade spiega il sogno inespresso di Salomone: il bimbo morto è il Regno di Israele e quello vivo è il Regno di Giuda: la spaccatura, dolorosa e apparentemente crudele porta la verità e le tribù idolatre spariranno presto nel buio della storia (vedi commento alla Parashà di Vaishlàch). Torniamo ora all’argomento principale, alla storia di Chanukkà e alle consacrazioni che tutte le letture segnalano e ricordano. La Parashà di Nasò è dedicata all’inaugurazione (Chanukkà, appunto) del Mitzbeach e del Mishkàn fatti costruire da Moscè, l’Haftarà di Zaccarìa alla costruzione e all’inaugurazione del secondo Bet a Mikdàsh e l’Haftarà del secondo Sabato di Chanukkà all’inaugurazione del primo Bet a Mikdàsh, fatta dallo stesso re Salomone. Zaccaria, per la verità, parla prima della restaurazione del culto e del “nuovo candore” dei Coanìm, simboleggiato dal nuovo abito di lino bianco col quale sarà rivestito il Sacerdote Jeoshua, che insieme a Zerubavèl, è un personaggio vissuto e che ha contribuito veramente alla rifondazione dello Stato perduto. Zaccarìa, fisicamente, vede soltanto la posa della prima pietra, la “pietra fondamentale” di cui parla nell’Haftarà; la sua opera profetica si svolge, infatti, attorno all’anno 520 a.E.V., anno in cui storicamente fu iniziata la costruzione del secondo Bet a Mikdàsh. Tra le cose immaginate nella visione ci sono due ulivi, uno rappresentante il sacerdote Jeoshua e l’altro Zerubavèl, rispettivamente il capo religioso ed il capo “poltico”, posti ai due lati della grande Menorà, che rappresenta la Maestà divina e la sua perfezione, evidenziata a sua volta da una sfera posta alla sua sommità, sfera che ricorda quella della Merkavà (il carro di Ezechiele, Haftarà del primo giorno di Shavuòt). Anche Ezechiele, come Zaccarìa, è noto per le sue visioni, contenute in brani molto significativi che si leggono soprattutto a Pèsach, Shavuòt e Sukkòt. Tornando a Zaccarìa, la separazione dei due ulivi sta a simboleggiare che chi amministra la vita quotidiana del popolo non può occuparsi della fede e viceversa, ma tutte e due le attività, se svolte con purezza d’intenti (vedi la veste bianca del Coèn), sono gradite a D-o. Pensiamo a quanto accade ai giorni nostri dove in ogni paese, a prescindere dal credo religioso prevalente, ci sono dispute e sovrapposizioni che riguardano e coinvolgono i due poteri. Invece di ricercare ciò che unisce le diverse fedi, sempre più spesso si cercano i motivi di divisione; al contrario, pensiamo in positivo che Chanukkà è la nostra festa delle “luci”, che simboleggiano la ritrovata coscienza religiosa o quello che i latini definivano la “piietas” e poniamo mente che il Natale – che ricorre più o meno nello stesso periodo dell’anno solare - è anch’esso considerato una festa di luce, per il motivo a cui i cattolici lo associano. Le luci della nostra festa, come già detto, sono quelle della Menorà, che è uno dei simboli dell’attuale Stato d’Israele, insieme alla Stella di Davide. Ciò porta ad un altro accostamento alle vicende attuali, dove per attuali intendiamo gli anni che vanno dalla nascita del nuovo Stato d’Israele ad oggi (vicende già trattate nei commenti a Bereshìt e Toledòt). La storia che si lega alle vicende raccontate da Zaccarìa è scritta nei libri di Ezra e Nehemià, massimi esponenti del ritorno ebraico ed effettivi ricostruttori della città di Gerusalemme e del secondo Bet a Mikdàsh. La vita dello scriba (Ezra) e del condottiero (Nehemià), che tornano dalla Persia con l’editto di Ciro per ricostruire il Regno ed il Tempio, è una lotta continua contro i Samaritani che si oppongono in tutte le maniere, anche con la forza, a questo ritorno. Il tutto fa pensare alla famosa risoluzione n° 181 / 1947 con la quale l’ONU autorizza gli Ebrei al ritorno: anche stavolta i “Samaritani” aspettano con le armi in pugno ed anche stavolta si ripetono le vicende descritte da Ezra che scrive “coltiviamo i campi tenendo in una mano la zappa e in un’altra la spada”. Queste sono le parole che Ben Gurion ha pronunciato nel 1948, prima della lettura ufficiale della risoluzione della quale ci siamo occupati nel commento a Toledòt. Nel chiudere, ricordiamo che le mura materiali costruite da Ezra e Nehemià sono durate quasi cinquecento anni, mentre le loro mura ideali hanno comunque permesso la sopravvivenza di una radice ebraica che dura ancora e che trasforma ognuno di noi in una fiammella pronta ad accendere una Chanukkià in ogni parte del mondo! * * * Marco Del Monte |