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Il sogno di Giacobbe
Gen. 28: 10 — 32: 3. Giacobbe lascia la casa paterna. Il sogno della scala. L’incontro con Rachele. Labano inganna Giacobbe e gli dà in moglie la figlia maggiore Lea. Giacobbe sposa anche Rachele. Giacobbe con le mogli e i figli lascia Labano stringendo con lui un patto. Sulla via del ritorno incontra una schiera di angeli.
 
 Il sogno di Giacobbe
A Giacobbe che, fuggendo per timore del fratello, abbandona la sua terra, il suo parentado e la casa di suo padre, e nel suo vagare notturno nel deserto, dorme sulla nuda terra, senza un tetto sulla testa e con una pietra per guanciale, il Signore appare, per la prima volta, in sogno. Lo studioso Benno Jacob, nel suo libro Genesis, a proposito dei moltissimi sogni narrati nel libro del Genesi, dice che essi si dividono in due tipi: a) sogni nei quali Dio parla agli uomini (20: 3; 31: 24); b) sogni per mezzo dei quali Dio parla agli uomini, come i sogni di Giuseppe e quelli del coppiere, del fornaio e del Faraone. Questo secondo tipo, in cui la rivelazione di Dio si esprime mediante descrizioni, parabole e simboli, richiede delle spiegazioni. Il sogno di Giacobbe comprende un esplicito discorso del Signore, che è però preceduto da una scena: se questa è una visione, se dunque il sogno parla per mezzo di quella scena, essi hanno bisogno di una spiegazione. E, invero, di spiegazioni ne sono state date parecchie.

Ed ecco una scala che stava in terra, la cui cima arrivava al cielo,

ed ecco angeli di Dio vi salivano e vi scendevano.

Ed ecco il Signore vi stava sopra...

(28: 12-13)
Questa visione ha dato molto da pensare sia ai commentatori che ricercavano il senso letterale, sia agli omileti, ai pensatori, ai visionari, ai prosatori e ai poeti di tutte le generazioni.

Vediamo una delle tante interpretazioni, che si trova nel Midràsh Tanchumà (Va-Jetzé, 2) accettata anche da Ramban come spiegazione del sogno:

Rabbì Shemuèl, figlio di Rabbì Nachmàn, disse: Ed ecco angeli di Dio vi salivano e vi scendevano. Questi sono i protettori delle nazioni pagane (...) Il Santo, benedetto Egli sia, fece vedere al nostro patriarca Giacobbe l’angelo protettore della Babilonia che saliva settanta gradini e poi scendeva, quello della Media, che ne saliva cinquantadue e poi scendeva, quello dell’Ellade, che ne saliva cento e poi scendeva, e quello di Edòm (Roma e la cristianità) e non sapeva quanti gradini saliva. Il quel momento il nostro patriarca Giacobbe fu preso dal terrore e disse: Forse questo non scenderà mai? Il Santo, benedetto Egli sia, gli rispose: Tu non temere, Giacobbe mio schiavo (...) e non perderti d’animo, Israele (Ger. 30: 10); se anche tu lo vedi salire e sedersi presso di me, Io lo farò scendere di là, come è detto: Se anche tu ti alzassi come l’aquila e se anche il tuo nido fosse tra le stelle, di là ti farò scendere, dice il Signore (Ab. 1: 4).

E, in accordo con questo midràsh, questa è la spiegazione fornita dal commentatore Rabbì Ovadjà Sforno:

Vi salivano e vi scendevano. Infatti così succederà alla fine: gli angeli protettori delle varie nazioni, dopo essere saliti, scenderanno, ma Dio benedetto sta ben saldo per l’eternità, non abbandonerà il suo popolo, come è detto: Farò la fine di tutte le nazioni dove ti dispersi, ma di te non farò la fine (Ger. 30: 11).

Stando dunque a questo midràsh e a questo esegeta il sogno, così interpretato, non è altro che una raffigurazione della storia umana, con l’ascesa e la decadenza di tutti i popoli e di tutte le civiltà fino alla fine dei tempi. Se poi ci domandiamo che cosa abbia a che fare questa visione con Giacobbe che in quel momento fugge a causa del fratello e sta recandosi a sposarsi, dando seguito alla stirpe di Abramo e di Isacco, il midràsh ha pronta una risposta: in questo sogno non si tratta tanto di Giacobbe, il personaggio fuggitivo, ma di Giacobbe-Israele, la nazione che vaga fuori dalla sua terra e che, di generazione in generazione, vive in mezzo a popoli potenti, che va esule di terra in terra, che assiste all’ascesa e alla decadenza di popoli e di imperi, dall’Egitto all’Assiria, dalla Babilonia alla Persia e all’Ellade.

Il midràsh promette dunque la caduta di Roma, che i Rabbini, vivendo nel periodo del domonio romano, non avevano ancora visto, e il commentatore rinascimentale Sforno promette la decadenza dei discendenti di Roma - cioè di tutte le nazioni del mondo cristiano - chiamati nella letteratura rabbinica e negli scritti filosofici, poetici ed esegetici "Edòm".

Il midràsh consola Giacobbe spaventato e atterrito dalla visione, e dubbioso sulla fine dei giorni, servendosi di un versetto preso dal profeta Abdia che annunzia la rovina di Edòm: Se anche tu ti alzassi come l’aquila e se anche il tuo nido fosse tra le stelle, di là ti farò scendere, dice il Signore (Ab. 1: 4).

Quella scala - il tempo, in cui ogni ascesa è condizionata dalla decadenza di qualcun altro, e in cui ogni edificio viene costruito sulle rovine di uno precedente - non è una scala senza fine, ma, in cima alla scala sta il Signore. Egli, arbitro della storia, promette che chiunque si sia innalzato sarà abbattuto e che la scena della fine dei giorni non raffigurerà più una scala, in cui si alternano coloro che salgono e coloro che scendono, ma il monte del Signore che sta ben saldo in cima ai monti e a cui accorrono fraternamente tutti i popoli (Is. 2).

Abbiamo avuto così modo di vedere quanto sia diverso questo metodo interpretativo da quello di Rashì. Quest’ultimo non esorbita dalla cornice del racconto, né nello spazio né nel tempo; vede il patriarca Giacobbe solo come l’individuo che abbandona Canaan per andare a Paddan Aram fuggendo a causa del fratello. Rispetto al sogno di Giacobbe Rashì pone una domanda esegetica chiedendosi, a proposito delle parole "vi salivano e vi scendevano": Prima salivano e poi scendevano? (ossia, se si trattava di angeli, la cui sede è nei cieli, l’ordine delle parole che ci saremmo aspettati avrebbe dovuto essere: "vi scendevano e vi salivano"); ma egli stesso risponde:

Gli angeli che lo avevano accompagnato in Eretz Israel non escono dal paese: (infatti) quelli salirono in cielo, e ne scesero gli angeli dell’estero per accompagnarlo.

In altre parole, il comportamento dell’uomo, le difficoltà che incontra, le disgrazie e le esperienze a cui deve far fronte quando si trova nel suo paese non assomigliano alle difficoltà, alle disgrazie e alle esperienze a cui deve far fronte quando esce dal suo paese e dal suo parentado per abitare fra estranei. Di un tipo di angeli ha bisogno qua, di un altro là, ma a Giacobbe vengono comunque dati degli angeli che lo custodiscano. E queste considerazioni ben si adattano alla parashà di Va-Jetzé tutta, che abbraccia la vita di Giacobbe, le vicende della sua sofferenza, dal momento in cui partì da Beer-Sheva (28: 10) fino al suo ritorno a Machanajim (32: 3), dopo esser rimasto vent’anni in terra straniera!

Egli vede degli angeli all’inizio della parashà e ancora ne vede alla fine: Giacobbe proseguì nel suo viaggio e lo incontrarono angeli di Dio (32: 2). Il salmista è stato influenzato dalla nostra parashà quando, riferendosi non a Giacobbe, l’uomo vissuto una sola volta, ma a qualsiasi discendente di Giacobbe che abbia fede nel Signore ha detto:

Poiché darà ordine ai Suoi angeli che ti facciano guardia in tutte le tue vie; sulla palma della mano ti porteranno affinché il tuo piede non inciampi in un sasso.

(Sal. 91: 11-12)
[tratto da Nehama Leibowitz, Studi su Bereshìth, traduzione di Menachem Emanuele Artom (z.l.)

 

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