Del Maskil (Morè) Roberto Di Veroli

 

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Domanda: chi ha insultato un amico, è obbligato a chiedergli scusa prima di Kippur? E, in caso si vergogni a parlare con lui, può chiedere perdono attraverso una lettera o attraverso una terza persona, o lo deve fare proprio lui personalmente? Risposta: è scritto sul Talmud (Iomà 85b): “Kippur espia i peccati tra l’uomo e D-o, mentre non espia quelli tra un uomo e un suo amico, fino a che questi non lo perdona. Questo ha insegnato El’azar ben Azarià “da tutti i vostri peccati vi purificherete di fronte a D-o”, e Kippur, appunto, espia quelli tra l’uomo e D-o, ma non quelli tra uomo e uomo fino al rappacificamento. Dice Rabbi Akivà: beati voi, o israeliti, di fronte a chi vi purificate? E chi vi purifica? Il vostro padre che è nei cieli!”. Nel commento del Rif (riportato nel Ein Iakov), ci si domanda il perché viene ripetuto due volte cosa espia Kippur, e si risponde che El’azar ben Azarià non ripete semplicemente le parole dette in precedenza, ma viene ad aggiungere che, “questo giorno espierà per voi” qualora “vi purificherete di fronte a D-o”, ovvero, se vi renderete puri riappacificandosi con i compagni, allora D-o espia le vostre colpe. Mentre, sempre secondo questa interpretazione, Rabbi Akivà viene a contestare e ad affermare la misericordia divina che perdona anche se non si chiede scusa delle offese fatte al prossimo. Così, a proposito di questo brano, Rabbi Shaul il capo del tribunale di Amsterdam in Binian Ariel e Rav Chaim Falagi, scrivono che se non si chiede scusa al prossimo, il giorno di Kippur non espia neanche i peccati tra l’uomo e D-o. Tuttavia, c’è una famosa regola (Eruvin 46b e Ketubot 84b) secondo la quale se c’è una discussione tra Rabbi Akivà e un altro rabbino, la halachà va secondo Rabbi Akivà. Quindi, da questo, si potrebbe dedurre che per espiare i peccati tra l’uomo e D-o non c’è bisogno di chiedere, per prima cosa, scusa ai propri compagni, poiché queste cose sono indipendenti tra di loro. Ovviamente, non manca chi ha interpretato il Rif in senso opposto (Rabbi Ishmael Coen in “Zera emet”), dicendo che è Rabbi Akivà ad essere rigoroso e ad affermare che se uno non chiede scusa al compagno, per lui, il giorno di Kippur non espia neanche i peccati tra l’uomo e D-o. Comunque, la maggioranza dei commentatori non hanno interpretato così questo brano talmudico, e rimane la domanda se effettivamente bisogna seguire la regola di Rabbi Akivà o no. A questo punto, è importante citare anche il “Prì chadash” (capitolo 606 paragrafo 1), secondo cui nei peccati tra l’uomo e il suo compagno sono compresi anche i peccati tra l’uomo e D-o: se una persona ha umiliato un’altra, oltre ad essere colpevole verso di lei, è anche colpevole nei confronti di D-o in quanto è scritto “e amerai il tuo prossimo come te stesso”. Questo commento ci fornisce una terza interpretazione, dicendoci che in realtà i peccati uomo-D-o e uomo-uomo non sono separati, ma vengono in qualche modo collegati, e, se non vengono espiati i peccati uomo-uomo, non vengono espiati neanche quelli uomo-D-o. Una volta chiarita la riposta alla prima domanda, ovvero, che si deve chiedere scusa prima di Kippur sui peccati uomo-uomo, bisogna ora chiarire il modo con cui lo si deve fare. Il Maimonide scrive (Hilcot tshuvà 2,9): “Kippur espia solo i peccati tra l’uomo e D-o, come per esempio se ha mangiato un cibo vietato o se ha profanato lo Shabat; mentre i peccati tra l’uomo e il suo compagno, come per esempio se lo ha danneggiato, se lo ha maledetto o lo ha derubato, non gli viene mai perdonato fino a che non gli ha restituito quello che gli doveva, e non lo ha riappacificato chiedendogli di perdonarlo. Anche se lo ha offeso solo a parole, gli deve chiedere scusa. Qualora non lo avesse perdonato, si deve prendere tre persone tra i suoi compagni e amici che chiedano di farlo perdonare. Se anche questo metodo non funziona, lo si riprova per una seconda e terza volta, e se ancora non è riuscito a farsi perdonare, si lascia la cosa così come sta e quello che non gli ha concesso di discolparsi viene chiamato peccatore”. E così scrivono anche il Tur e lo Shulchan aruch (capitolo 606 paragrafo 1). Da qui si impara, che per prima cosa bisogna andare a giustificarsi di persona, e, solo se questo gesto non viene accettato, di far intromettere anche altre persone nella faccenda. Così scrive Rabbi Iakov ben Chaviv nel “Ein Iakov” secondo il quale è un uso sbagliato quello di introdurre subito nella discussione uan terza persona. Eppure, ci si può domandare perché nella Torà (parashà di Vaiechì) è scritto che i fratelli di Iosef hanno mandato degli inviati a chiedergli scusa e solo in un secondo momento è scritto che anche loro si sono avvicinati a lui? Non avrebbero dovuto avvicinarsi subito e chiedere scusa? E’ scritto in “Derech amelech”, a proposito del brano citato del Maimonide, che quelle persone inviate dai fratelli, in realtà erano sempre suoi fratelli, ma si trattava dei figli di Bilà e Zilpà con cui Iosef era molto legato, e, dal momento che anche loro avevano parte nella colpa, potevano essere inviati a lui. Anche in questo caso c’è un’opinione discordante, secondo la quale si può introdurre subito una terza persona. Da dove si impara? Da “Avot derabbi Natan” (capitolo 12) in cui è scritto che Aron il Coen, proprio perché amava la pace e inseguiva la pace, se vedeva litigare due persone, andava prima da uno e gli chiedeva scusa a nome dell’altro e così per l’altra persona, fino a che non si riavvicinavano. E, in questo caso, il comportamento di Aron poteva essere considerato quello di un inviato, quindi da qui si potrebe dedurre che si può mandare subito degli inviati. Così è scritto anche in “Mattè Efraim”, che se per una persona è difficile chiedere scusa ad un’altra, può usare anche altri mezzi per riappacificarsi, ed in particolare lo può fare se è una persona importante; e così scrive la “Mishnà berurà” nel capitolo 606 paragrafo 12. Rav Ovadia Iosef riassume questa regola dicendo che (Iechavvè daat 5, 44), chi ha commesso un peccato nei confronti di un compagno, deve andare a chiedergli scusa di persona. Tuttavia la questione dipende dal singolo caso: se è risaputo che questa persona offesa perdona facilmente, allora è meglio che vada da lui personalmente, se invece è noto che ha un carattere più difficile, e se pensa che sia più idoneo mandare prima da lui una persona importante a chiedergli di perdonarlo, allora faccia così, e vada da lui solo in un secondo momento. Il Ben Ish Chai scrive (parashà di Vaielech paragrafo 6) che prima di Kippur i figli devono andare dai propri genitori a chiedere scusa e, se non l’hanno fatto, allora è bene che i genitori li perdonino anche non in loro presenza dicendo: “noi perdoniamo nostro figlio per tutte le cose che ha peccato nei nostri confronti durante tutto l’anno, e che non venga punito, chas veshalom, a causa nostra”. E nello stesso modo facciano tra loro marito e moglie cercando di perdonarsi a vicenda, e così ogni alunno chieda scusa al proprio maestro per tutte le volte che non gli ha portato rispetto e per tutte le volte che non si è comportato in modo corretto nei suoi confronti.

 

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