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| | Del Maskil (Morè) Roberto Di Veroli |
  
| Feste | | Chanuka | | Domanda : Si può accendere la Hanukia nelle piazze recitando la benedizione? Nel trattato di Shabat (21b) è scritto: “Hanno insegnato i nostri maestri: il precetto di Hanukà è accendere un lume per ogni casa (ner ish ubetò); chi vuole essere rigoroso accenda un lume per ogni membro della famiglia; per i rigorosi tra i rigorosi, la scuola di Shammai diceva di accendere otto lumi il primo giorno, e di diminuire un lume ogni giorno successivo, mentre la scuola di Hillel diceva di accendere un lume la prima sera e di aumentarne uno, ogni giorno che passava, fino al termine della festa”. Per quanto ci riguarda, noi seguiamo l’opinione di Hillel, ma su come viene applicata questa regola c’è discussione tra Rambam e Tosfot: secondo Rambam, i rigorosi tra i rigorosi (meadrin min ameadrin) devono accendere una Hanukià per ogni membro della famiglia, proprio perché questa regola viene a seguire quella dei “rigorosi”, i quali accendono una candela per ogni membro della famiglia. In altre parole, seguendo la sua opinione, ci sono tre livelli: la base della mizvà è accendere un lume per famiglia; i “rigorosi” ne accendono uno per persona; infine, i “rigorosi tra i rigorosi”, proprio perché si situano ad un livello superiore a quest’ultima categoria, accendono una chanukia per persona. E così viene spiegato anche dal Maghid Mishne e dal Lechem Mishne. Per quanto riguarda l’opinione dei Tosafisti, viene riportato il commento del Ri (Rabbenu Izchak), secondo il quale, il livello “rigorosi tra i rigorosi” è il superamento del primo livello (ner ish ubetò), quindi non si esegue accendendo una chanukia per persona, ma per famiglia, proprio come i primi accendevano una candela per famiglia. Inoltre, continua Ri, se si accendessero tante chanukiot quanti sono i membri di una famiglia, non si riconoscerebbe più che questa accensione viene fatta per Chanuka, ma i passanti penserebbero che i lumi vengono accesi proprio come si fa quando le persone sono in casa, infatti a quei tempi non c’era la luce elettrica e chi era in casa accendeva delle candele. Riassumendo, la mizvà dell’accensione delle candele di Hanuka si adempie, per i sefarditi accendendo una hanukia per famiglia (come Tosfot), e per gli ashkenaziti accendendo una hanukia per persona (come Rambam). Punto. Tuttavia, per motivi non del tutto chiari, si è cominciato ad accendere la hanukia anche nei vari templi; tanto è vero che lo Shibolè Aleket, un maestro vissuto a Roma nel tredicesimo secolo, riporta le parole del Baal Adiberot e scrive (capitolo 180): “Anceh noi usiamo accendere le candele di Hanuka al tempio, ma non sappiamo da dove viene questo uso; inoltre, il mio maestro Rav Ieuda Achi, non la faceva accendere per non farci la benedizione, e anche io la penso nello stesso modo perché, dal momento che ognuno la deve accendere nella propria casa, che bisogno c’è di accenderla anche nel tempio? E se anche viene accesa per gli ospiti che dormono nel tempio, sono loro che hanno l’obbligo di accenderla…”. Inoltre, anche altri rabbini italiani all’inizio erano contrari all’accensione nei templi, infatti anche il Tania (del quale Rav Ovaia scrive espressamente che è un riassunto dello Shibolè Aleket) scrive di non accendere le candele nel tempio. Comunque, come scrive il Chidà nel Birkè Iosef (capitolo 671), oggi non dobbiamo più preoccuparci di quello che hanno scritto questi rabbini italiani, perché molti rabbini e inviati del pubblico hanno già preso questa usanza ed hanno detto la benedizione su questa accensione. C’è da aggiungere che con il passare dei secoli, a causa delle varie persecuzioni, non è sempre stato possibile accendere la hanukia in pubblico, e per ovviare a questi inconvenienti i maestri hanno permesso di accendere la hanukia anche dentro la propria casa, e così scrive Rav Ovaia in Iechave Daat (sesto libro, capitolo 43) riportando un responsa del Rashba (capitolo 641), il Maarshal (capitolo 85), Iosef Omez (capitolo 32), e infine lo stesso Ramà nello Shulchan Aruch (alla fine del capitolo 671). Ad ogni modo, Shaar Aziun specifica dicendo che quello che scrive lo stesso Ramà nel paragrafo 7, “l’uso è quello di accenderla ad un tefach vicino l’entrata di casa” si riferisce all’uso corretto di fare la mizvà, altrimenti, se non fosse così si contraddirebbe. C’è da citare anche un responsa del Rivash (capitolo 111), un rabbino vissuto nel quattordicesimo secolo, in cui, proprio perché le persone erano costrette ad accendere la hanukia dentro casa, permetteva di accendere la hanukia anche dentro il tempio con benedizione in modo che almeno lì potessero fare “pirsum anes” (manifestare il miracolo). Ad ogni modo, il Grà (gaon di Vilna) ci dice di stare molto attenti a quello che dice il Rivash: per il Rivash si può fare la benedizione su un minag (uso), tanto è vero che per lui si può fare la benedizione sull’Allel del capo mese, mentre l’opinione del gaon di Vilna, di Maran è di dirlo senza benedizione (e così oggi usano fare i sefarditi). In seguito, aggiunge il Gra, c’è da fare una distinzione tra l’Allel, che non ha nessun fondamento dal punto di vista halachico (si legge per tradizione) per cui non si può dire “vezivanu” (che ci ha ordinato), e l’accensione delle candele al tempio che per pirsum anes si può dire “vezivanu”. Quindi, riepilogando l’opinione del Rivash, si può accendere al tempio con benedizione perché a quel tempo le persone non potevano accendere la hanukia di fuori e solo al tempio potevano fare pirsum anes (manifestazione del miracolo), ma c’è da sottolineare che sempre secondo la sua opinione con questa accensione non si esce d’obbligo e ognuno è tenuto a ripetere l’operazione nelle proprie abitazioni. Infine c’è da citare l’opinione di Archot Chaim (regole di Hanuka 17) per il quale, al tempio si accende per quelli che non sanno fare l’accensione a casa. Date queste premesse, passiamo a vedere cosa dicono i rabbini moderni: Rav Ovadia in Iechave Daat (6, 43) si domanda se i ragazzi che vivono in una yeshiva devono accendere una hanukia ognuno per conto suo, o se basta una per tutti. Per rispondere cita una parte del Bet Iosef (capitolo 677)in cui, cita Trumat Adeshen (capitolo 101) secondo il quale un uomo sposato che va ospite in una casa se vuole può accendere la hanukia per conto suo, e risponde che non ci si può basare su questo responsa e secondo lui è una benedizione detta invano. Inoltre, Rav Ovadia cita un responsa di Rav Mashash secondo il quale un uomo sposato che va ospite dal padre non può accendere i lumi per conto suo, perche incorrerebbe in una benedizione senza motivo. Per concludere: 1) Il pirsum anes va fatto dalla propria casa; tuttavia se ci sono le persecuzioni, non ha senso accendere la chanukia nelle piazze, se invece non ci sono le persecuzioni lo stesso non ha senso perché ognuno la può accendere fuori di casa come prescritto. 2) Se una persona non la sa accendere (mi riferisco al motivo dell’Archot Chaim), non ci si basa sull’accensione nella piazza, ma in quella al tempio. 3) C’è differenza tra la piazza e il tempio: mentre l’accensione nel tempio è entrata nei vari minaghim, quella nella piazza è un’inutile invenzione moderna 4) Se uno studente di yeshivà non si può accendere la hanukia per conto suo con benedizione, tanto più non potrà accendere quella nelle piazze (che non è comandata) con benedizione. Da qui si può facilmente dedurre: almeno per i sefarditi, non si può accendere la hanukia nelle piazze con benedizione; e anche qualora viene detta, non si può rispondere “amen” in quanto detta invano. |
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